Estate che ansia!

L’estate è alle porte, le giornate cominciano ad essere più calde e questo comporta solitamente un maggiore benessere. D’altra parte, questo momento dell’anno coincide anche con l’inizio e l’intensificarsi di diversi sintomi d’ansia.

Infatti, durante questo periodo, il maggior numero di chiamate che ricevo come psicologo sono inerenti a problematiche di tipo ansioso.

Estate che ansia!

Estate e ansia. I vissuti d’ansia e i meccanismi sottostanti che accompagnano la bella stagione

 

Ma perché d’estate si avverte più ansia?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo anzitutto tenere presente come funzionano le nostre emozioni.

Le emozioni non sono solamente stati mentali che avvengono nel nostro cervello ma coinvolgono anche il nostro corpo.
Infatti quando siamo allegri e ci sentiamo attivi ed energici, la sensazione che trasmettiamo è quella di un autentico benessere. Allo stesso modo, quando ci sentiamo tristi e poco propensi nei confronti degli altri e del mondo, la postura e la mimica comunicano benissimo il nostro malcontento (sempre a patto di non volerlo dissimulare)
Questo avviene perchè la mente e il corpo sono un tutt’uno e tra i due non c’è separazione ma comunione, intreccio.

Ora che abbiamo chiarito questo punto, possiamo meglio comprendere come mai d’estate aumentano i sintomi d’ansia, e per farlo ci serviremo di un esempio di vita quotidiana.

Tutti noi abbiamo più o meno presente quella sensazione di vuoto d’aria che si crea nello stomaco quando la macchina attraversa un cavalcavia ad una certa velocità (si produce una sensazione simile a quella che si avverte su alcuni tipi di giostre).

Una personalità “tendente all’ansia”, ossia una personalità che ha acquisito una maggiore familiarità con i vissuti ansiosi, potrebbe avvertire un leggero giramento di testa o una vertigine o una sensazione di allarme generalizzato nel momento del passaggio dell’auto sul dosso.

Come mai succede questo?

Abbiamo detto poc’anzi che mente e corpo sono un tutt’uno, ma dobbiamo sapere che la comunicazione non avviene solamente dall’alto della mente verso il corpo, ma anche nella modalità opposta.
Se è vero che le emozioni e i pensieri possono influenzare il nostro corpo, allo stesso modo i segnali provenienti dal corpo possono influenzarci emotivamente. Per cui alcuni segnali provenienti dal corpo potrebbero in determinate circostanze generare un vissuto di ansia.

Come nell’esempio dello spossamento d’aria, (o dell’otturamento di orecchie o del grappolo in gola, etc.), col primo caldo della primavera sono diversi i segnali provenienti dal corpo che possono generare ansia e questo anche senza che una persona ne abbia consapevolezza, cioè senza che sia consapevole dei meccanismi sottostanti.

I segnali principali provenienti dal corpo che causano ansia durante questo periodo sono:

  • il caldo e la sudorazione con aumento della temperatura 
  • l’afa e  i cambiamenti del battito cardiaco;
  • la luce e la maggiore attivazione fisiologica  (specialmente quella solare)
  • ed altri segnali ancora.

Questo significa che in determinati momenti e circostanze, la maggiore attivazione del nostro corpo potrebbe essere responsabile di una sensazione più o meno intensa di ansia improvvisa.

Qualcuno potrebbe giustamente chiedersi come mai questo non avviene ogni volta, cioè perchè un giorno si avverte un’ansia eccessiva durante una bella giornata mentre in altri giorni e situazioni simili non succede nulla.

Per due motivi fondamentali:

  1. Il primo motivo è che questo a cui abbiamo brevemente accennato è soltanto uno dei meccanismi responsabili di una maggiore quota di ansia durante questo periodo dell’anno. 
  2. Il secondo motivo è che semplicemente non siamo delle macchine e quindi non rispondiamo agli eventi e alle situazioni in maniera ogni volta identica, così come non ci arrabbiamo, soffriamo, gioiamo e amiamo sempre allo stesso modo.

A seconda dei contesi e di quello che stiamo facendo e di come lo stiamo vivendo saremo più o meno inclini ad un certo vissuto e non ad un altro. Ad esempio ieri prima dell’esame ho iniziato a sudare e a sentire il cuore battere velocemente e la sensazione di de-stabilizzazione provocata da questi segnali provenienti dal corpo mi ha allarmato. Tutto questo perchè mi trovavo già in un stato di pre-allarme (ero già preoccupato dell’esame).
Oggi mentre sono al mare a prendere la tintarella, la sensazione di caldo e di sudore non è affatto spiacevole perchè già sono rilassato.

Infine, voglio precisare che quando utilizziamo il termine “personalità ansiosa” non ci riferiamo affatto ad un modo di essere permanente della persona.

Anzi, ciò che ci contraddistingue come esseri umani è proprio la nostra naturale predisposizione al cambiamento.

Un essere umano non è un tavolo, una casa o una macchina, cioè un oggetto, ma in quanto esseri umani, la nostra è un’identità aperta al divenire.

Per questo è fondamentale rompere il meccanismo del sintomo ansioso e comprenderne i significati, perchè ciò vuol dire non solo gestire la sofferenza e il disagio ma aprirsi al mondo e agli altri attraverso il proprio autentico “Sè”.

 

Conclusioni

Abbiamo brevemente illustrato alcuni meccanismi responsabili della maggiore sensazione di ansia con l’inizio del periodo estivo. Abbiamo detto che le sensazioni provenienti dal corpo maggiormente stimolato potrebbero essere responsabili dell’ansia avvertita. Non si tratta di un singolo meccanismo in azione ma solitamente della combinazione di più canali. 
Una maniera per ridurre il malessere è certamente quello di una maggiore comprensione dei vissuti che accompagnano e alimentano l’ansia. Spezzare il meccanismo dell’ansia, comprenderne gli accadimenti ed i vissuti è fondamentale per ritrovare il benessere e recuperare la consueta serenità.
Ti capita di provare maggiore ansia durante questo periodo dell’anno? Il mare e le giornate di sole ti preoccupano?
Lascia pure un tuo commento, sarò lieto di rispondere!

 

Balena blu. Psicologia di un suicidio assistito

Balena blu, è diventato sinonimo di terrore per tantissimi genitori di mezzo mondo e un fatto di assoluta incredulità per chi pur non essendo genitore si confronta con uno degli ultimi pericoli di questa generazione di adolescenti denominati “nativi digitali”, termine coniato per indicare coloro che sono nati e quindi cresciuti all’interno dell’era digitale.
Ma Balena Blu non è l’ultimo espediente di giovani annoiati in cerca di forti emozioni.
Quello che caratterizza almeno a prima vista questa nuova tendenza è la sua apparente enigmaticità, la sua assurda e totale mancanza di alcun senso.
Ma andiamo con ordine.
Balena Blu è un macabro “gioco” (parola qui impiegata nell’accezione di insieme di regole) che consiste nel seguire un copione di 50 regole prestabilite, dietro la supervisione di un “curatore” (un tutor). Il curatore è una persona mai vista e conosciuta che ha il compito di seguire il giocatore nello sviluppo del gioco inviando continuamente informazioni inerenti le sfide. Ogni giorno il giocatore deve portare a termine la sfida giornaliera e in alcuni casi mostrare il risultato al curatore, come ad esempio l’essersi tagliato in una zona del corpo specifica, o l’aver visto una serie di filmati a sfondo horror.
Non si sa chi ci sia dietro tutto questo, chi sia a “reclutare” e ad inviare le regole ai potenziali giocatori. Al momento è stato arrestato soltanto uno degli organizzatori, un ventiduenne russo, paese da cui sembra aver avuto inizio il diffondersi del gioco.
Se altri “giochi giovanili” (come il surfing sui treni in movimento o il tuffarsi dal piano alto di un albergo nella piscina sottostante) pur nella loro estremità consentivano di fare dei ragionamenti, Balena blu sfugge alle consuete spiegazioni di sempre, perchè Balena blu è un gioco che a differenza di qualsiasi altro gioco si vince soltanto con la propria morte.
La sfida non consiste nel misurarsi con la morte ed uscirne indenni ma nel “non” sottrarsi ad essa.
Per superare la prova finale, infatti, il giocatore deve uccidersi lanciandosi dal palazzo più alto della propria città.
Qualcosa di davvero inconcepibile!
Questa volta non si tratta del solito gioco in cui cercare scosse di adrenalina e nemmeno l’immaturità giovanile può venirci in soccorso nella sua comprensione, ed è difficile credere che si tratti della ricerca da parte di un giovane di approvazione e adulazione.
Difficile che ci sia tutto questo. Perchè stavolta alla fine del gioco c’è solo la pura e incomunicabile fine del proprio viaggio.
Un “game-over” in solitaria, o meglio, accompagnati da uno o più giocatori atti a filmarne le gesta estreme.
Terribile anche solo pensare che su qualcuno di questi ragazzi possano aver fatto leva l’idea di una “gloria”intravista nelle proprie fantasie, addirittura fantasticando sui commenti post-mortem.
Perchè da quello che emerge, i ragazzi che sono riusciti e che riescono nell’ultima prova diventano una sorta di eroi, “quelli che hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo” come ebbero a dire alcuni compagni alla madre di una delle giovani vittime suicida.
Impossibile capire cosa passi nella testa di un adolescente in quel momento in cui “ha deciso” di non arrendersi e di andare fino in fondo.
Una cosa sola è certa: non è il brivido la molla che spinge e mantiene il tutto, perchè a differenza di altri giochi qui si vince con il proprio suicidio.
Suicidio, un atto catalogato come uno tra i più folli che un essere umano possa commettere. E se quindi di follia si tratta, siamo autorizzati a concludere che la spiegazione a tutto questo è di natura mentale, che il tutto è da addebitare alla condizione mentale di chi lo compie. E se poi la vittima è per di più indotta al gesto estremo da qualcun’altro, ne possiamo ragionevolmente concludere che si tratta di plagio mentale. Senza ombra di dubbio!

Ecco allora che i conti tornano, ecco allora che la spiegazione rassicurante per un atto così incommensurabile è stata raggiunta:
sono i ragazzi fragili di mente le vittime designate e la loro unica colpa è quella di essere delle facili prede da condizionare ed assoggettare. Discorso chiuso.

Eppure qualcosa non quadra. Dalle interviste sembrerebbe infatti che le vittime designate siano ragazzi come tanti altri, riconosciuti all’interno della propria cerchia di amici, ragazzi apparentemente sani, con tanto di relazioni sociali e di interessi.
Non quindi l’indecifrabile gesto di un giovane già afflitto dalla vita e per questo facilmente condizionabile ma ragazzi che ad un certo punto entrano in gioco perverso, macabro, micidiale.

Ora, se crediamo che dietro a tutto questo si nasconde soltanto il plagio di una mente debole o magari di una mente piegata e indotta alla follia con tecniche Kubrikiane, a mio avviso, cogliamo soltanto le parti del fenomeno ma ci sfugge l’insieme.
Certamente c’è una giovane mente condizionata, una mente assoggettata, ma questo non basta, ci deve essere qualcos’altro, qualcosa di ancora più insidioso. Qualcosa che determina l’incontro, incita al proseguimento, e solo allora assoggetta e smuove da ogni riflessione.
A mio avviso, quindi, se di as-soggettamento si deve parlare, esso non può essere solo mentale o meglio, esso è reso possibile perchè nell’as-soggettamento, questi giovani si sentono as-soggettati, diventano soggetti illusoriamente attivi, soggetti forniti di un compito, di un senso, un senso capace di riempire un vuoto esistenziale.
In una società dove l’impresa più ardua per un adolescente è diventata la costruzione della propria identità e la gestione del vuoto, la ricerca di una propria individuazione pone enormi difficoltà, angoscia e inquietudine.
Forse così si spiega la indubbia perniciosità della strutturazione del gioco, di questo omicidio, il suo riuscirsi ad insinuare in un’identità liquida: solidificandola, irrigidendola e infine piegandola.
Le domande allora da porsi non sono soltanto psicologiche, da psicologo dico che la spiegazione non va ricercata unicamente in una fragile mente in via di sviluppo nè in una sofisticata tecnica di plagio mentale, ma nel loro abbraccio fatale, e in questa loro possibilità di incontro.
Sarebbe sbagliato spostare tutto il carico delle “responsabilità” sulle fragili menti delle vittime e degli occhi sfuggenti delle famiglie, e sarebbe comprensibile ma comunque limitato spostarlo anche solo sulla crudeltà dei loro carnefici, le cui responsabilità sono certamente considerevoli.
Questa volta l’interrogazione è di natura sociologica e culturale, oltre che psicologica, ed investe tutti noi e il vuoto e la mancanza di senso che rimandiamo continuamente a chi ci segue e prosegue.
C’è da dire comunque che questa sciagura non si è estesa come un cancro, anche se ogni vittima conta un mondo intero.
E se questo non è accaduto è perchè gli adolescenti non sono poi così sprovveduti e le famiglie non sono per nulla cieche e sorde.
Ma questo non ci autorizza ad abbassare la guardia e a commettere l’errore di credere di aver a che fare con adolescenti tanto più forti e sicuri che in passato.
Come ebbe a dire un passeggero con cui condividevo il diretto per Bologna:
“questi ragazzi sembrano come castelli: alti e imponenti, ma pur sempre espugnabili”.

E così anche Alessandro D’avenia a proposito dei cosiddetti “nativi digitali”, i giovani notoriamente considerati più intelligenti rispetto alle generazioni passate per il fatto di essere nati in un’epoca di intenso sviluppo tecnologico e cerebrale, così si esprime:
“Nell’uso generico di smartphone, social, pc sono rapidissimi, ma in fin dei conti raggiungono un livello simile a quello di un adulto. Ma quando si tratta di operazioni più complesse chiedono aiuto. Insomma il nativo digitale non ha un cervello nuovo o diverso da quello degli adolescenti della mia generazione. E la scienza lo conferma […]
Questo mito è diventato presto efficace proprio per la sua semplificazione. Ha dato una scusa ad adulti che non riescono più a farsi ascoltare e vedono la noia dipinta sui volti dei ragazzi: “ha un altro cervello, non può capire, non è colpa mia, altri tempi”. Dico una scusa perché in realtà si evita il vero problema […]
Invece non siamo di fronte ad un nuovo tipo di homo sapiens, non c’è una generazione diversa dalle precedenti, né una mutazione genetica […]
Insomma il nativo digitale è il volto che abbiamo dato ad una paura: la rapidità del progresso di questi anni e dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti che porta il dialogo fra le generazioni, già di per sé arduo, a incepparsi di più. Il mito, una volta smitizzato, ci riporta faccia a faccia con il mostro: non ci capiamo e ci capiamo sempre meno perché andiamo velocissimo. La velocità è una delle cause della “crisi dell’esperienza”.
Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva”.

Diego Chiariello

 

Quali emozioni sono positive?

Quali emozioni sono positive?

Quando tempo fa mi è stata posta questa domanda, per un momento davvero non sapevo cosa rispondere, in quanto non ne afferravo il senso. E non perchè la domanda non avesse alcun significato in sè, quanto piuttosto perchè il suo senso mi sembrava davvero profondo:
a mio avviso, dietro la domanda su quali emozioni siano positive, si presuppone l’idea che le emozioni siano degli oggetti, qualcosa che possediamo ma da cui possiamo anche distaccarcene, qualcosa che ci accompagna in certi momenti della giornata e in altri no, qual-cosa…appunto come fossero cose.

In psicologia si tende a dividere le emozioni in positive e in negative, in base alla loro utilità.

Ma è davvero così? E’ giusto esprimerci in questo modo sulle “nostre” emozioni?

Tempo fa, un esperto di alimentazione, mi diceva che non è del tutto corretto parlare di “buona alimentazione” intesa come qualcosa che “rafforza” l’organismo e che al contrario si dovrebbe discutere soprattutto di alimentazione dannosa, alimentazione non salutare.
A suo dire infatti, se lo zucchero è nocivo per la salute (non me lo sto inventando) e quindi si può affermare che faccia “male”, è scorretto invece dire che la frutta faccia “bene”.
Certo non è dannosa ma nemmeno dona i super-poteri, semplicemente è adeguata al nostro organismo e in questo possiamo dire che è salutare.
Ciò che lui contesta quindi, è l’idea che si debba insistere con l’assunzione di una serie di alimenti quasi fossero portatori di un “miglioramento” della salute, di un maggior livello di energia, quando invece sarebbe sufficiente assumere quelli adeguati, per essere al massimo delle proprie forze.
Come a dire che ad una scimmia che si nutre di frutta, perchè rientra nella sua dieta, sarà sufficiente nutrirsi di quella per stare bene. E così, ad un cane sarà sufficiente nutrirsi di ciò che naturalmente è sano per sè.
Ma mentre la scimmia si adegua in maniera naturale (al suo ambiente), un cane che non vivesse allo stato brado, entrerebbe certamente in contatto con tutta una serie di alimenti non consoni al suo organismo. Se spostiamo la faccenda sull’uomo, capiamo che essa diventa la tesi su cosa sia effettivamente adeguato per l’essere umano e cosa no, come ad esempio la discussione che ruota intorno al consumo di carne o meno, quanta consumarne…
Di tutto questo discorso, ciò che comunque mi preme sottolineare è appunto questo concetto di “adeguatezza”, che in questo caso specifico significa che un alimento prima di fare bene a questo o a quello, deve anzitutto essere consono e non dannoso al nostro essere.

Ora vediamo come questo può essere utile per il nostro discorso sulle emozioni.
Per prima cosa però, chiariamo cosa intendiamo con emozioni:
le emozioni non sono semplicemente qualcosa che sta nel cervello o nella mente.
Le emozioni riguardano primariamente “il nostro rapporto con la vita”, con la nostra esistenza.
Quando diciamo che siamo felici piuttosto che tristi, non è che ci sentiamo così nel nostro cervello, ma siamo tristi o felici nei riguardi di qualcosa che ci sta accadendo, ci è accaduto o pensiamo possa accaderci.
Non è il nostro cervello che sta giù o la nostra mente, ma siamo noi.
Tant’è che più di parlare di emozioni come se fossero degli oggetti, dovremo parlare dell’emozionarsi, cioè delle “nostre” emozioni, in quanto l’emozionarsi è sempre riferito al vivente: “io” mi emoziono, “tu” ti emozioni, “egli” si emoziona, etc.

Cosa ci dice questo?

Innanzitutto come per il discorso sul cibo, il nostro emozionarci prima che positivo o negativo è anzitutto adeguato.
Se sono triste perchè ho rotto con la mia compagna con la quale vivevo una storia importante, quella tristezza non può certo definirsi un’emozione negativa. Infatti se fosse così, cioè se è così che la interpretassi, potrei credere che sia necessario cercare in tutti i modi di convertirla in un’emozione positiva. E ciò significherebbe non accettare il fatto che quella storia per me è ancora, adesso, qualcosa di importante, che fa parte della mia storia di vita, che racconta chi sono, del nostro tempo passato assieme, etc.. etc..etc..
Per cui, innanzitutto, i nostri stati d’animo ci informano su come ci sentiamo nel nostro vivere quotidiano. Come una bussola ci orientano continuamente e ci consentono di penetrare il velo della realtà e di scoprire il mondo: senza le nostre emozioni infatti, il mondo sarebbe un luogo senza spazio e senza tempo.
Ed è per questo che le nostre emozioni non sono semplicemente delle parole utili a nominare un oggetto, come la parola pietra con cui indichiamo l’oggetto pietra. Nè sono stati che prova il nostro cervello. Sono molto di più.
Sono il modo in cui “ci sentiamo”, “ci avvertiamo”, ci posizioniamo nel mondo:
se sono triste il mondo sarà in un certo modo: ad esempio sarà ostile o magari superficiale o forse senza scopo. Quando sono di fretta, il mondo è lento. Se sono felice per una promozione, il mondo è più leggero.
Non è che mi appare in un certo modo, ma lo diventa proprio. 
Se sono innamorato, tutto diventa più luminoso.
Ecco cosa sono le emozioni: un modo di sentirsi e di sentire il mondo e gli altri.
E quando dico sentirsi, intendo proprio come ci avvertiamo, nello spazio (quello che ci circonda), nel tempo (la nostra storia di vita) ed anche nella nostra carne, nel corpo.
Per cui ritornando alla nostra domanda su quali emozioni siano positive, rispondiamo che le nostre emozioni sono anzitutto adeguate, ossia si adeguano a noi, alla nostra vita, alla nostra storia, a chi siamo:
L’ansia che provo prima di un esame mi pone in uno stato di maggiore contatto con me stesso e quindi di concentrazione. Il mio timore di lasciarmi andare ad un sentimento mi indica l’importanza che esso assume per me. La gelosia che nutro per la mia compagna (gelosia, non possessività) manifesta anche l’amore nei suoi riguardi. La tristezza che provo per la perdita di una persona cara mi consente di abbracciarla nel ricordo.
Se pensiamo alle emozioni alla stregua di stati del cervello positivi o negativi, tanto vale bombardarci al mattino con un bel “pensa positivo” e il gioco è fatto: una sorta di dieta mentale. Ma servirebbe?
A voi la risposta!

Le emozioni non sono pensieri che possono essere convertiti a nostro piacimento. Una persona che soffre per la perdita di una persona cara non ha semplicemente “pensieri negativi” a riguardo, ma si confronta con un mondo che ha assunto nuove sembianze: più arduo, più cupo, meno ospitale…ognuno le “sente” come le sente, perchè non vi è nulla di più proprio delle proprie emozioni.

Eppure, sembrerebbe indubbio che ci siano emozioni che esprimono un sentirsi “bene”, e che quindi definiamo positive, ed altre meno.
Ora che abbiamo chiarito come sono davvero le emozioni, possiamo anche rispondere che certamente ci sono emozioni che aprono il mondo, lo rendono ospitale, luminoso, leggero, ed altre che lo chiudono, lo inaspriscono, 

ad esempio:
la carezza ricevuta dalla persona amata, non giunge a me come una mera sensazione sull’epidermide, ma come un essere accolto che mi consente di riposare.
La stessa carezza dalla persona amata, alla fine della storia, mi trapassa costole e animo.
Le emozioni sono sempre da contestualizzare.

Ora giustamente qualcuno potrebbe osservare:
“ma se le nostre emozioni sono sempre adeguate, allora anche uno stato di depressione come conseguenza della fine di una storia, o anche l’ansia, sono adeguate nel senso che vanno semplicemente accettate?
Il discorso sugli alimenti intorno al quale oggi assistiamo a frequenti dibattiti, su cosa faccia bene e cosa faccia male, ci indica che abbiamo smarrito quella naturalità che ad esempio una scimmia piuttosto che un delfino mantengono nelle loro diete. Con l’industrializzazione sempre maggiore del nostro cibo, per noi a differenza di un animale, sentire cosa ci faccia male, cosa sia adeguato e cosa no, non è semplice, anzi è davvero proibitivo. Oggi si ritiene che lo zucchero faccia malissimo eppure diremo che non vi è nulla “di più dolce”.
Allo stesso modo, per noi non è facile sentire le emozioni che ci appartengono in un determinato momento e spesso quello che sentiamo non è adeguato o inadeguato ma “rivelativo”.
Una mia paziente che diceva di sperimentare ansia per paura della proposta di matrimonio del compagno, scoprì quello che aveva sempre in qualche modo sentito e cioè che il suo timore non era legato all’amore per il compagno ma era piuttosto il timore di non essere una buona madre. L’ansia rivelava e copriva l’emozione autentica. 

Inoltre il nostro emozionarci non è qualcosa come il cibarsi.
Noi non siamo semplicemente Homo sapiens. Siamo creature che si interrogano sul proprio fare, sulla propria esistenza, su cosa sia giusto per il proprio figlio di dieci anni, se accettare o meno quella proposta di lavoro lontano dagli affetti, se sia giusto interrompere una relazione, quale futuro ci aspetta, e così via. Ansie, desideri, scelte, preoccupazioni, dubbi, e il tutto cercando si dare un filo alla nostra storia, di rendere il tutto lineare. E tutto questo lo facciamo tutto il giorno, probabilmente anche nel sonno e non sempre ci riesce di orientarci, di allineare desideri, scelte, bisogni e “doveri”.
Ad esempio, oggi la parola tristezza sembra essere fuori moda: oggi si è al massimo depressi, e non tristi.
Quella che sembra una semplice sostituzione tra sostantivi, racchiude un senso molto più profondo e articolato:
dire che sono depresso anziché triste, in qualche modo mi solleva dal mio stato d’animo, da ciò che sento. E anche in termini di comunicabilità verso l’Altro diventa più semplice: infatti quando dico che sono depresso, anche se l’altro me ne chiedesse il motivo, potrei rispondere di non saperlo, di sentirmi così e basta.
Affermare invece di essere tristi, significa fare i conti con il sentimento che si prova. Se dico di essere triste sono chiamato alla responsabilità di sentire il perchè mi sento in tal modo, o quantomeno di entrare più in contatto con il mio stato d’animo. E anche con l’Altro avrei più difficoltà ad asserire di non conoscerne il motivo.
La tristezza è più personale, la depressione (termine che chiaramente si utilizza in maniera impropria) è spersonalizzante (provate a dire: “sono depresso” e poi “sono triste”, sentite la differenza?)

Ci raccontiamo le cose diversamente, a volte ci depistiamo o semplicemente siamo presi da altro, siamo altrove, e in questo movimento esistenziale ci capita di smarrirci momentaneamente o più a lungo.
Difficile non farlo e non avere bisogno di tanto in tanto di fare chiarezza.
Basti pensare a tutto il tempo che trascorriamo assieme ad altri proprio per riconnetterci con noi stessi.
C’è da dire che oggi questo tempo assume sempre più il senso dell’intrattenimento che della condivisione, e questo conduce necessariamente alla ricerca di uno spazio diverso, di uno spazio proprio dove ritrovarsi.
Ed è così che ci incontriamo allo studio, dove quel senso che era andato momentaneamente smarrito, riconquista il suo posto, il suo significato…e così ci si riappropria serenamente di esso. 

Diego Chiariello

Bibliografia:
Heidegger, Essere e Tempo
Vincenzo Costa, I modi del sentire

Come continuare ad avere sensi di colpa

Oggi voglio parlarvi di uno dei tre principi cardini del benessere psicologico, di quelli da tener ben presente nella vita di tutti i giorni, un mantra da esercitare nella propria quotidianità per godere di maggiore serenità.
Come i tre principi della termodinamica che qualcuno ha appreso alle superiori, senza capirne proprio bene il significato, nella psicologia della salute esistono a mio avviso dei principi cardini del benessere emotivo che vanno presi per come sono, semplicemente perchè sono salutari.

Per mia fortuna,  svolgo un lavoro che mi offre la possibilità di una continua crescita personale, il che equivale anche ad un maggior benessere nella vita di tutti i giorni. Infatti, una parte delle nostre sofferenze scaturisce dalla mancata comprensione di quello che ci accade e ci ri-accade.
Solo quando siamo consapevoli di quello che ci succede possiamo davvero essere artefici della nostra esistenza.

Chiaramente, non tutti i problemi che ci occupano nascono dalla mancata comprensione di cosa sia a generarli.
Ci sono situazioni e condizioni di vita che incutono sofferenza in una maniera diciamo naturale:
pensiamo ad esempio ad un lutto o alla malattia di una persona cara e tante altre situazioni di questo genere che scuoterebbero chiunque.

In questi casi la vita ci mette davanti a delle tematiche che intrinsecamente producono sofferenza.

Allo stesso modo, anche se di tutt’altro tenore, viviamo come ragionevolmente problematiche, proprio perchè senza apparente soluzione, tantissime altre condizioni.
Ad esempio: la mancanza di lavoro può naturalmente generare sofferenza e in questo caso, conoscere il motivo del problema (cioè la mancanza del lavoro) non metterà fine alla sofferenza.
Chiaramente, rispetto agli esempi del lutto o della grave malattia di una persona cara, siamo entro una tipologia di problematiche certamente risolvibili, eppure, logicamente ineccepibili:

 soffro perchè non lavoro e la soluzione al mio problema sarebbe quella di lavorare.

Allo stesso modo, una persona potrebbe affermare:

“Soffro perchè sono solo ma se avessi qualcuno non soffrirei”;
“Soffro perchè al lavoro il capo mi attacca continuamente ma se lui non ci fosse non avrei più alcun problema”.

E’ fin troppo evidente come tutti questi ragionamenti logicamente corretti, continueranno a produrre una quota di sofferenza se inquadrati da quest’unica prospettiva.
Da osservatori esterni, invece, saremo pronti a giurare che la soluzione è a portata di mano e che forse il problema è la persona e non la situazione:
Soffri per la mancanza di lavoro? trovalo!
Soffri perchè ti manca una persona, cercala!
Soffri perchè il tuo capo ti rompe, diglielo! vattene! non so, qualcosa puoi fare altrimenti fregatene!

Anche se le soluzioni così prospettate sono forse un pò troppo sbrigative perchè non tengono conto della situazione in cui la persona è soggettivamente calata, nè dei movimenti che ella probabilmente avrà già messo in atto per tirarsene fuori (cercare lavoro, cercare qualcuno, restare indifferente al capo), ciò nonostante hanno il pregio di intendere la soluzione come qualcosa di pratico, da ricercare nella vita.
Certo, bisognerebbe indagare anche quali sono le ragioni che impediscono l’attuazione di quella che a noi sembra la mossa più ovvia.
Cioè bisognerebbe comprendere, assieme alla persona e non soltanto dal nostro punto di vista di osservatori esterni, cosa impedisce la messa in pratica delle soluzioni da noi prospettate.

In molti casi, le difficoltà di questo genere possono essere ricondotte a tematiche che sfiorano il problema ma non ne rappresentano la vera causa.
Cioè, qualcuno potrebbe ritenere che il proprio malessere sia dovuto alla solitudine ma in realtà essere alle prese con l’elaborazione della precedente storia e dei sentimenti ad essa associati.

Allora in questo caso, la soluzione tarda ad arrivare, non tanto per la difficoltà, ad esempio, ad incontrare un nuovo partner, quanto piuttosto perchè ad un certo livello si sente il bisogno di fare maggiore chiarezza sui sentimenti e le emozioni legate al precedente rapporto:
in questo caso, sarà solo della vecchie ceneri che potrà sorgere un nuovo inizio.

Per questo motivo, in tutte le situazioni che producono una certa quota di sofferenza, non sono sufficienti i consigli o i trucchi che vengono dall’esterno, giacchè, se non si è compreso il reale motivo alla base del malessere esperito dalla persona, non c’è soluzione che tenga se non in maniera provvisoria.
Lo psicologo quindi non può dare semplicemente consigli. Senza la sufficiente conoscenza della tematica d’interesse, essi funzionerebbero come un vestito adattato ad una persona di cui non si conosce la taglia:
“eccoti la taglia 48, sicuramente andrà bene anche a te perchè solitamente va bene a tutti”.
Alla stessa maniera, per una persona che si ritrova a vivere un momento di sofferenza, la ricerca della comprensione mancante non dovrebbe affatto essere vissuta come una dolorosa esperienza ma prospettarsi come la possibilità di una maggiore comprensione di Sè. Ciò conduce ad un estrema liberazione, in quanto assieme ai vissuti che emergono, si ha l’autentica scoperta e appropriazione del proprio “Chi sono io davvero”.

Detto questo, nel corso della mia esperienza lavorativa mi sono ritrovato in più di un’occasione a far partecipe diverse persone dello stesso identico principio salutare, il quale era inizialmente accolto come una vera e propria scoperta.
Questo principio è tanto semplice e scontato che proprio per questo passa sott’occhio e potremmo grossomodo enunciarlo così: Non posso entrare nella testa degli altri”.

Cosa significa?

Quando dico che non possiamo entrare nella testa degli altri non voglio dire, nè che una persona non possa averci tra i suoi pensieri, che non possa averci “in testa”, nè intendo dire che sia sbagliato cercare di essere nella testa degli altri, ossia di comprenderne le intenzioni, le ragioni, le emozioni o i comportamenti. Anzi, è proprio grazie a questa capacità di calarsi nelle situazioni di vita dell’Altro che riusciamo ad afferrarne il punto di vista anche senza viverlo in prima persona.
Rapporti che vanno dalla convivenza sociale fino all’amore non sarebbero possibili senza questa nostra capacità empatica.

Quando dico che non si può entrare nella testa degli altri intendo semplicemente rimarcare un aspetto fondamentale che sostanzia il nostro rapporto con l’Altro:
per quanto io mi sforzi di capire qualcun’altro nelle sue intenzioni, giudizi, comportamenti, emozioni, vissuti e quant’altro, esisterà sempre e comunque un limite invalicabile oltre il quale non mi è consentito andare e che è dato appunto dal suo essere un Altro diverso da Me. Ammenochè non sia la persona stessa a comunicarmi i suoi vissuti e come tutti noi sappiamo anche in questo caso ciò potrebbe essere non sufficiente.
Ma quello che qui voglio affermare è davvero molto semplice: i nostri e altrui pensieri, sentimenti, vissuti, emozioni, la nostra esperienza, sono essenzialmente nostri. Questo vale per noi stessi ma vale anche per gli altri.
Per cui, per quanto noi possiamo essere convinti di aver colto la verità dietro un comportamento, un atteggiamento, un vissuto che riguardi l’Altro dobbiamo riconoscere che la nostra è una pura e semplice interpretazione, magari giusta, ma pur sempre un’ interpretazione.
Chiaramente, il grado di accuratezza delle nostre interpretazioni varia a seconda del contesto, della conoscenza della persona e di altre variabili in esame, tanto che grazie a delle regole prefissate il nostro vivere assieme si svolge in una maniera pressochè automatica, fluida, quotidiana. 

Ora, sembrerebbe quasi un paradosso che sia proprio uno psicologo ad affermare che non sia possibile entrare nella testa degli altri, ma a pensarci bene, è un fatto innegabile.

Ok! direbbe qualcuno:

“E’chiaro che non possiamo entrare nella testa degli altri però possiamo arrivare a capire a seconda della persona e della situazione quello che ci interessa sapere.

Ad esempio,
Oggi Giorgio tramite un SMS mi ha comunicato che questa sera non possiamo vederci, dicendomi che è a causa del mal di testa, mentre io so che nel pomeriggio ha litigato con la sua compagna per la storia dell’armadio rotto. Magari non potrò entrare nella sua testa però ho ottime ragioni per dedurre che sia questo il reale motivo del suo “mal di testa”…e poi, se così non fosse, non è che ci perdo il sonno, in fondo domani glielo potrò chiedere e il mistero è risolto.

Perfetto!

Da questo semplice esempio possiamo vedere come nei casi in cui non ci sia possibile determinare con assoluta certezza le ragioni di un dato comportamento, ci affidiamo alla nostra intuizione e procediamo effettuando dapprima un’inferenza dagli indizi in nostro possesso e poi abbozzando una ricostruzione:
Se Giorgio non viene sarà successo qualcosa-oggi ha litigato con Anna-probabilmente sarà questo il motivo.
Cioè, a seconda di quello che abbiamo in nostro possesso, sensazioni, fatti, notizie, conoscenza della persona e quant’altro, cerchiamo di ricostruire l’accaduto:
Giorgio quando litiga con Anna fa sempre così, e inoltre so bene quanti problemi stiano vivendo in questo momento.

Nell’esempio di Giorgio dobbiamo tener presente questi tre aspetti:
il primo è che Giorgio è un nostro caro amico, una persona che conosciamo molto bene. Ad esempio sappiamo che vive una relazione importante con Anna e che al momento si ritrova a vivere un periodo poco sereno a causa dei suoi problemi sul lavoro che sembrano ripercuotersi anche sulla coppia.
Il secondo aspetto da tenere presente è che a nostro avviso si trattava di una semplice cena e che quindi il motivo del suo improvviso ripensamento non ci scuote affatto: che sia questo o un’altro il motivo, non importa, quando e se vorrà sarà lui a dircelo.
E terzo, cosa davvero importante, non crediamo sia dipeso da noi.

Sottolineiamo ancora una volta che è del tutto naturale cercare di comprendere le intenzioni altrui, anzi, è talmente umano che in realtà quando siamo assieme agli altri, noi non ci sforziamo nemmeno di farlo ma siamo istintivamente portati a farlo:
Vedo un genitore fare una carezza al figlio e subito penso che sia un bravo genitore, magari una brava persona e così via. Il tutto senza che nemmeno me lo chieda. Infatti diamo anche per scontato che quella persona sia uno dei due genitori mentre potrebbe benissimo essere uno zio o addirittura un estraneo. Ma se il nostro giudizio, il nostro vivere assieme agli altri dovesse passare ogni qualvolta al vaglio del nostro ragionamento, diverrebbe impossibile vivere assieme, e anzichè essere così spontanei assomiglieremmo più a dei robot che si muovono a scatti.

Rispetto all’esempio di Giorgio, proviamo ora a variare la situazione restando sullo stesso tema.

Abbiamo invitato Claudia che da poco conosciamo a prendere un caffè. Claudia accetta e ci ritroviamo come d’accordo al Bar Forever. Qui cominciamo a conversare, Claudia è molto simpatica e con lei è davvero facile discorrere un pò su tutto. Ci divertiamo, ci conosciamo meglio, trascorriamo un’oretta assieme davvero piacevole e crediamo che anche per lei sia così. Decidiamo infatti di risentirci per una cenetta di lì a poco. Quando lasciamo Claudia siamo contenti, era da tanto che non avvertivamo questa sintonia con una persona.
Il giorno dopo, risentiamo Claudia e nei giorni successivi ci messaggiamo spesso. Così le chiediamo quando sarebbe disponibile per quella cenetta, magari anche domani se non ha già altri impegni. Ma Claudia ci dice che non vorrebbe complicare le cose, che è felice della nostra nascente amicizia e di passare del tempo assieme ma non vuole che diventi una frequentazione che porti ad altro.
D’accordo, nulla di sconvolgente!
Claudia è una persona interessante ma non la conosciamo da tanto. Magari è semplicemente estroversa e dolce di suo e non per un’intesa con noi. Ce lo diciamo ma non ne siamo convinti!
Così cominciamo col passare in rassegna alcuni momenti significativi dell’incontro al bar, delle telefonate e dei messaggi, quelli che secondo noi testimonierebbero questa presunta intesa e cosa possa ad un certo punto averla irrimediabilmente guastata. Giochiamo così per un pò, ma niente. Poi cominciamo a pensare che forse quella frase sulla troppa emancipazione delle donne non le sia affatto piaciuta. Eppure era chiaro il nostro punto di vista a favore delle donne, ma forse lei non l’ha compresa del tutto o magari voleva che la invitassimo subito senza aspettare tanto, infatti ce lo aveva detto che le piacciono gli uomini decisi. Certo potremo anche chiederle se ci siamo sbagliati ma forse nemmeno lei è consapevole di cosa a un certo punto le abbia fatto cambiare idea.
Cosa possiamo aver detto o aver fatto mai per farle cambiare idea?

In questo caso, a differenza dell’esempio di prima, non abbiamo il supporto della conoscenza della persona che ci consenta di fronteggiare i nostri dubbi ed inoltre questa volta, siamo più interessati a comprendere cosa sia successo in quanto ci sentiamo più coinvolti. Gli indizi ci sono: ricordi, sms, tracce da cui recuperare” la verità” dei fatti.

Da questo nuovo esempio si evincono due cose:
la nostra già menzionata naturale tendenza investigativa ( chi più, chi meno) a ricostruire gli eventi, specie quelli che non si accordano con le nostre aspettative.
E cosa più importante, la spirale autoriflessiva nella quale si può cadere se non si accetta il limite invalicabile che è quello di non poter entrare nella testa degli altri.

Insomma, va bene cercare di capire se con Claudia abbiamo frainteso fin dall’inizio o magari sia successo qualcos’altro, ma attenzione, il pericolo è dietro l’angolo. Se non si tiene presente che le nostre più attente indagini non ci consentiranno mai di avere la certezza di cosa passi nella testa di qualcun’altro, alla fine c’è il pericolo di diventare noi stessi il bersaglio delle nostre ricerche:
Claudia non vuole più uscire, IO avrò detto o fatto qualcosa che non va!
E più siamo avvezzi al rispecchiamento, maggiormente ci sentiremo gli artefici o meglio i colpevoli dell’universo.
Se vi state chiedendo cosa porta ad un certo punto a spostare l’attenzione su di Sè mentre siamo alle prese con l’interpretare i movimenti dell’Altro, la risposta discende dallo stesso principio che stiamo formulando: giacchè non possiamo entrare nella testa degli altri, gira e rigira l’obiettivo si andrà a spostare su ciò che invece possiamo conoscere, ossia noi stessi, i nostri comportamenti, cosa abbiamo detto non detto, fatto non fatto…

E più siamo avvezzi a questo procedimento più esso sarà automatizzato tanto da sfuggire alla nostra consapevolezza.
Per cui, se nelle tante situazioni che ci interpellano, siamo soliti leggervi una nostra responsabilità diretta, allora è comprensibile che i sensi di colpa e con essi una più o meno maggiore quota di sofferenza si faccia sentire.

In definitiva, per tutti i maestri dei gialli, esperti R.I.S. e quant’altro, si dia pure libero sfogo alla propria bravura e creatività, ma non dimentichiamo mai che le nostre sono soltanto ipotesi e al massimo libere interpretazioni. Inoltre, accettiamo ad indagini concluse di non pervenire per forza ad una verità. Impariamo ad accogliere il dubbio, la tensione di non capire cosa passa nella testa di una persona, perchè a seconda del nostro grado di egocentricità e dell’importanza della situazione, della persona o altro, il rischio alla fine è che tutto ci si ripercuota contro.
Inoltre, quando parlo di ricostruzione, non dobbiamo immaginare qualcosa che duri settimane. A volte il tutto avviene in pochi secondi ma il processo è esattamente lo stesso:
non so perchè sia successo questo, forse dipende da me.

Per cui, nelle situazioni ambigue, che non ci consentono di stabilire con esattezza il significato delle cose, diamo pure libero sfogo alle varie interpretazioni ma teniamo presente questo utile mantra:
NON POSSO ENTRARE NELLA TESTA DEGLI ALTRI!
Non possiamo sapere perchè Claudia non abbia accettato il nostro invito, forse per questo, forse per quest’altro o forse per altro ancora. La verità la conosce Claudia.
Con questo come ho già largamente detto, intendo dire che è più che naturale cercare di comprendere quello che resta enigmatico, specie se ci procura una quota di sofferenza, ma accettare che l’altro è portatore di un mistero al quale molte volte non ci è possibile accedere è l’unico modo per vivere autenticamente e in maniera più salutare la vita e il vivere assieme.

Così spero di aver risposto anche al perchè io credo fermamente che lo psicologo in primis debba tenere presente questo mantra nel suo lavoro.
Un bravo terapeuta a mio avviso non cerca di entrare nella testa degli altri, non cerca di spiegarti tu come sei, sarebbe follia credere che un’altro possa saperne più di te, ma attraverso le giuste domande, frutto di una conoscenza delle storie di vita, delle personalità e dei modi di essere, riesce a capire, assieme a te, TU CHI SEI e non come sei fatto: proprio come il migliore dei sarti che con i suoi strumenti cuce il vestito che noi desideriamo e non quello che lui ha in magazzino.
Ma se proprio vogliamo dirla bene, un bravo terapeuta, ti mostra, attraverso quello che tu gli mostri di te stesso: quale abito indossi, come ti calza e quanto ti appartiene. Ed eventualmente come sostituirlo.

Pregiudi, Socrate e il referendum

Referendum 

Visto che in questo periodo non si fa  che parlare di referendum, mi è sembrato utile, non tanto interrogarmi sul valore del referendum e della politica in sè, quanto piuttosto sugli effetti della comunicazione nella formazione dei pregiudizi, stereotipi e discriminazioni. Sono concetti psicologici ormai entrati a far parte del linguaggio comune ma non sempre è chiara la differenza tra di essi e soprattutto come essi si formano. Lo vedremo non solo dalla prospettiva della psicologia, una visuale per me congeniale, ma anche attraverso l’eredità di Socrate e Aristotele, pensatori che non smettono mai di insegnarci.

Come molti, anche io credo di avere più o meno presenti le ragioni che mi portano ad optare per una delle due scelte possibili a questo referendum, ma ad un esame più attento, mi accorgo che dire le “mie ragioni” travisa la realtà dei fatti. Certo sono io a prendere la decisione e sono io che scelgo di condividere certi ragionamenti piuttosto che altri, ma effettivamente, quanto c’è di mio?, e soprattutto, cosa ha determinato il mio propendere in una direzione anzichè nell’altra. E’ stata un’attenta valutazione dei fatti, dei vantaggi e degli svantaggi di ciascuna possibilità, come dovrebbe essere, o sono altri gli elementi che pesano e guidano il mio giudizio? (come già ho detto, del referendum ci interessa poco).

A mio avviso, la mia scelta come quella di tanti (non dico di tutti), più che basarsi su un’attenta valutazione dei fatti, è frutto soprattutto di quel meccanismo di semplificazione che gli psicologi studiano da tantissimo tempo e che va sotto il nome di pregiudizio. Un meccanismo a volte utile, soprattutto in un’epoca come la nostra, purchè non si finisca per esserne vittime inconsapevoli.

Pre-giudizio significa letteralmente “giudizio a priori”, e senza entrare nelle squisite delucidazioni Kantiane sugli “a priori”, quando parliamo di pregiudizio in psicologia ci riferiamo agli atteggiamenti:

 i pregiudizi sono atteggiamenti basati su una forte componente emotiva.

Cosa significa questo? 

Per rispondere a questa domanda dobbiamo anzitutto capire cos’è un atteggiamento.

N.B. Quindi, prima di capire cosa sono i pregiudizi dobbiamo vedere il significato degli atteggiamenti.

Atteggiamenti

Gli atteggiamenti sono giudizi permanenti -positivi o negativi- riguardo a persone, fatti o idee.

Cosa vuol dire giudizi permanenti?

Gli atteggiamenti si dicono permanenti nel senso che resistono nel tempo. Una sensazione passeggera di fastidio verso una frase detta da qualcuno, non costituisce un atteggiamento, a differenza invece di un’impressione negativa e permanente a suo riguardo (Marco l’altra sera mi ha fatto arrabbiare quando ha iniziato a parlare ma poi ci siamo divertiti. Marco ogni volta che apre la bocca è insopportabile. Solo nella seconda affermazione parliamo di atteggiamento negativo, come giudizio permanente, nei confronti di Marco).

Ai fini del nostro discorso è essenziale sapere che gli atteggiamenti sono costituiti da tre diverse componenti o parti, in particolare essi comprendono:

  • una componente emotiva, che consiste nelle nostre risposte emotive rispetto all’oggetto dell’atteggiamento (Andrea mi è antipatico)
  • una componente cognitiva, fatta da ciò che pensiamo o crediamo a suo riguardo (Andrea non capisce di calcio;)
  • una componente comportamentale, che consiste nelle nostre azioni o nel comportamento osservabile nei confronti dell’oggetto dell’atteggiamento (con Andrea non ci parlo più).

N.B. Quindi, gli atteggiamenti sono giudizi permanenti, cioè resistenti nel tempo, e sono formati da tre parti: una emotiva, una cognitiva, e una parte comportamentale.

Perchè allora questo discorso sull’atteggiamento e sulle tre parti che lo compongono, se poi sono sempre presenti tutte assieme?

Il fatto è che non tutti gli atteggiamenti hanno origine allo stesso modo. Sebbene tutti includano componenti emotive, cognitive e comportamentali, ciascun atteggiamento può essere basato su una componente in misura maggiore rispetto alle altre.

Ad esempio, se con Andrea non ci parlo più perchè mi è antipatico, vuol dire che è la componente emotiva ad avere un peso maggiore sul mio atteggiamento verso Andrea. Se invece con Andrea non parlo di calcio perchè a mio avviso è troppo inesperto sarà la componente cognitiva a guidare il mio comportamento e il mio giudizio.

Come può esserci utile questo?

In molte circostanze della vita, è bene tenere presente quanto peso abbia ciascuna componente su un certo giudizio, in quanto l’una (la componente emotiva) potrebbe influenzare l’altra (la componente cognitiva) senza che la persona ne sia completamente consapevole o ne stimi la portata.

Lo sa bene chi fa pubblicità, quanto è importante associare certi vissuti emotivi all’immagine del proprio prodotto, visto che più della componente razionale è l’aspetto emotivo che guida la scelta dei consumatori. Ad esempio, una compagnia telefonica che come réclame mostra dei giovani che si divertono ad una mega festa, non è tanto interessata a far risaltare le caratteristiche di convenienza della propria offerta, quanto piuttosto all’effetto emotivo da suscitare e far associare al possibile uso del proprio prodotto.

Cosa potrà mai c’entrare un’offerta telefonica con le feste e la libertà?

In questi casi si dice che il nostro atteggiamento è a base emotiva, in quanto è soprattutto la componente emotiva che ispira il nostro giudizio.

Un’atteggiamento a base emotiva non implica necessariamente un giudizio distorto o svantaggioso. Il punto infatti non è quello di essere nei nostri giudizi sempre razionali piuttosto che emotivi ma è tener presente il peso di ciascuna componente, così da essere più consapevoli dei fattori che entrano in gioco nei nostri atteggiamenti ed eventuali comportamenti.

Se dobbiamo valutare i pro e i contro di un’offerta telefonica, sarebbe preferibile valutare i prezzi di ciascuna compagnia o utilizzare altri criteri di differenziazione, piuttosto che l’immagine che la compagnia richiama. Potrebbe sembrare talmente ragionevole da essere scontato ma non è così, basta vedere le reclamè che circolano e soprattutto constatare il nostro comportamento di consumatori.

Gli atteggiamenti a base emotiva condividono alcune caratteristiche:

  • non derivano da un esame razionale della questione
  • non sono retti dalla logica
  • spesso sono legati ai valori delle persone sicché tentare di modificarli implica la minaccia dei valori stessi.

N.B Quindi, gli atteggiamenti, ossia i nostri giudizi permanenti sulle persone, fatti, o idee, sono costituiti da tre componenti (emotiva, cognitiva, comportamentale), quando la parte emotiva supera quella cognitiva, sono definiti atteggiamenti a base emotiva.

Pregiudizi

Ora che abbiamo chiarito cosa sono gli atteggiamenti e da quali parti sono formate, possiamo meglio comprendere cosa sono i pregiudizi. Nel nostro esempio precedente: “Andrea mi è antipatico”, mettiamo che Andrea ci sia antipatico non tanto per il suo essere Andrea, bensì soltanto perchè laziale. In questo caso, non si tratterebbe solo di un giudizio emotivo, ma di un pre-giudizio, in quanto l’atteggiamento nei confronti di Andrea dipenderebbe non tanto da una sensazione di antipatia legata alla sua conoscenza, ma unicamente dal suo appartenere ad un gruppo, dal suo essere laziale. Quindi, la caratteristica che mi fa considerare Andrea antipatico, deriva dal giudizio (negativo) nei confronti della categoria “laziali” e non verso Andrea in quanto Andrea.

Come abbiamo detto i pregiudizi possono essere sia positivi che negativi, ad esempio Andrea all’opposto potrebbe risultarmi simpatico se fosse romanista. Come è facile intuire, il pregiudizio è un elemento importante della formazione e dello spirito di gruppo.

N.B. Quindi, il pregiudizio è un atteggiamento a forte componente emotiva e non semplicemente a base emotiva, e consiste in un giudizio preformato sulle persone, idee o fatti. E’ resistente al cambiamento, in quanto si fonda su vissuti emotivi che non sono facilmente modificabili da informazioni cognitive.

E gli stereotipi?

Gli stereotipi sono generalizzazioni condotte su gruppi di persone, in cui caratteristiche identiche vengono attribuite a tutti i membri del gruppo, senza tenere conto delle diverse variazioni fra i membri (tutti i laziali sono meschini, i napoletani vogliono sempre fregarti, le donne al volante sono pericolose, la maggior parte dei neri rubano). Una volta formati, gli stereotipi sono resistenti al cambiamento, anche quando sopraggiungono nuove informazioni.

E’ importante sottolineare che come per gli atteggiamenti, la stereotipizzazione non conduce necessariamente a commettere abusi intenzionali.

Allport descrisse la stereotipizzazione come la “legge del minimo sforzo”.

Secondo questo autore, il mondo è troppo complesso perchè noi possiamo permetterci di conservare un atteggiamento differenziato rispetto ad ogni cosa; la conseguenza è che massimizziamo la nostra energia cognitiva al fine di sviluppare degli atteggiamenti accurati solo versi alcuni argomenti, mentre semplifichiamo le credenze nei confronti degli altri. Ad esempio, se un individuo rientrando in casa trovasse delle persone che rovistano tra le sue cose, non starebbe certo a chiedersi se quegli uomini sono lì per rubare o fare altro.

Lo stereotipo può essere un modo duttile ed economico per affrontare gli eventi complessi nella misura in cui si basa sull’esperienza ed è accurato. Se però ci nasconde le differenze individuali all’interno di una classe di persone, lo stereotipo diventa uno strumento scarsamente duttile e potenzialmente dannoso e offensivo.

Discriminazione

Quando poi le credenze stereotipate si combinano con una reazione emotiva negativa, si traducono in un comportamento scorretto o addirittura violento: in altre parole, la discriminazione, definita come un’azione ingiustificata negativa o dannosa nei confronti di un gruppo, semplicemente per l’appartenenza a quel determinato gruppo.

N.B. Quindi, nell’esempio di Andrea, il fatto che una persona consideri i laziali tutti uguali (stereotipo) assieme al giudizio negativo che nutre nei loro confronti in quanto laziali (pregiudizio) lo porterà a non parlare con Andrea (discriminazione).

Sappiamo bene fin dove si possono spingere i comportamenti discriminatori e non solo nel calcio.

Socrate, Aristotele e i sofisti

Cosa c’entrano con tutto questo?

Facciamo un passo indietro e vediamo cosa Socrate può aggiungere al nostro discorso. Dobbiamo immergerci in un tempo passato lontanissimo, all’incirca nel 470 A.C. anno in cui è fatta risalire la sua nascita.

Chi fosse Socrate lo sappiamo tutti, è stato uno dei più celebri filosofi dell’antichità, il quale riteneva che per arrivare alla verità l’individuo dovesse guardarsi dentro (“Conosci te stesso”) e partire da una considerazione quasi paradossale: “il vero saggio è colui che sa di non sapere”. Per Socrate infatti ciascuno di noi preso singolarmente non può assurgere alla verità perchè l’ignora, però nel confronto con l’altro, in un atteggiamento di autentica ricerca, vi può pervenire.

Per Socrate quindi il dialogo era il mezzo che consentiva di raggiungere la verità delle cose e sulle cose.

Ai tempi di Socrate però era un’altra la filosofia imperante. Il Sofismo.

Il Sofismo nasce come spostamento di interesse di ricerca, dalla natura sull’uomo.

Cosa significa?

Il Sofismo

Anche a quei tempi le domande che l’uomo si poneva riguardavano la sua origine: da dove veniamo? com’è fatto l’universo? perchè esistiamo?. Domande che inizialmente trovavano nei diversi miti greci le risposte a questi grandi enigmi (per chi volesse conoscerli meglio consiglio la visione di: “Pollon combina guai”).

L’originalità della filosofia greca consiste proprio nel riprendere questi grandi enigmi di sempre, avanzati dalla tradizione mitica, per risolverli con criteri razionali. Quindi la filosofia nasce come esigenze di dare risposte ai grandi interrogativi, non più soltanto attraverso il mito, bensì anche attraverso la ragione (il logos).

Così cominciano a sorgere diverse teorie sull’origine dell’universo e del mondo. Per qualcuno il tutto origina dall’acqua, per qualcun’altro dall’aria, per altri ancora dal fuoco. E proprio perchè per questi primi filosofi l’origine del tutto era da ricercare in un principio naturale (arkè) questa corrente viene definita: Naturalismo.

Il Sofismo nasce appunto come spostamento di interesse, da questa ricerca di un principio originale presente nella natura, sull’uomo. Secondo i Sofisti in pratica da un lato era impossibile stabilire quale principio (tra l’acqua o l’aria o il fuoco o la terra etc.) fosse l’unico vero, dall’altro più che dalla stabilità di un principio, la natura si contraddistinguerebbe per la sua contraddittorietà, e per questo, tanto valeva dedicarsi all’uomo. “L’uomo è il metro di tutte le cose” (Protagora), cioè è l’uomo che di volta in volta può stabilire la verità delle cose.

Questo spostamento di interesse dalla natura all’uomo non era però scevro da pericoli. Infatti per gli antichi, l’esistenza di una verità certa e incondizionata, come poteva essere un unico principio da cui far discendere il tutto, voleva dire anche avere una solida dottrina morale: il comportamento umano dovrebbe infatti adeguarsi a questa verità che, in quanto universale, garantirebbe il bene di tutti gli uomini. Se invece fossimo convinti che la verità è intrinsecamente contraddittoria, allora non esisterebbe più un criterio certo di comportamento e si correrebbe il rischio dell’anarchia sociale, del prevalere di comportamenti individualistici, in quanto non esisterebbero più dei valori su cui fondare la convivenza civile.

Come fare dunque? Dove trovare i nuovi valori?

E’ nell’ambito della discussione, l’attività umana per eccellenza in cui i diversi ragionamenti si scontrano, che si nasconde la possibilità di fondare dei criteri morali, quei criteri su cui fondare il vivere comune. Gli uomini discutendo, possono infatti convincersi delle rispettive ragioni. Ma questo consenso che tende al bene della comunità, lo si può raggiungere solo attraverso una particolare attività, la politica:

il filosofo vede nell’attività politica la possibilità di salvezza per l’intera umanità.

Il sofista, conscio dei pericoli che corre l’umanità per l’incertezza delle conoscenze e consapevole che la salvezza dell’umanità si realizza solo attraverso l’attività politica, intende educare la gioventù ateniese all’arte politica. Il sofista ha dunque una grande responsabilità sociale e proprio per questo si faceva pagare molto per le sua attività d’insegnante: deve infatti educare i futuri uomini politici.

L’educazione sofistica consisteva essenzialmente nell’arte della retorica, ossia nel ben parlare e nel ben sostenere le proprie opinioni presso i tribunali o, comunque, nei contesti pubblici. I giovani, dovevano essere abili nell’arte della persuasione così che una volta divenuti politici, avrebbero potuto spingere le masse sulla strada della convivenza pacifica, verso i comportamenti più utili della comunità. Questa posizione sofistica è di un filoso in particolare: Protagora. 
Per  Gorgia, invece, l’altro grande sofista, la persuasione è possibile solo con l’inganno. Gorgia ritiene che il meccanismo alla base del consenso, cioè la ragione per cui il nostro interlocutore sarà portato a condividere le osservazioni che gli proporremo, deriva da un lavoro che noi abbiamo realizzato sulla sua psiche, e che lo porta ad autoconvincersi della verità di quanto gli diciamo. In altre parole, l’interlocutore non crede al nostro discorso perché razionalmente convinto, ma vuole credere a quanto gli diciamo perché sedotto emotivamente dalle nostre parole.
Mentre secondo Protagora attraverso la persuasione chiunque avrebbe accolto l’utile sociale, per Gorgia, invece, la persuasione che permette di far cambiare all’altro la propria opinione, non era legata all’evidenza del bene comune, quanto piuttosto alla bravura nel persuadere ed eventualmente ingannare l’interlocutore. Anche per Gorgia comunque, la persuasione come arte dell’inganno era buona cosa solo se permetteva di far dirigere le masse verso il bene comune. Cioè quando la massa “ignorava” ciò che era meglio per tutti, perchè attratta da fini egoistici, allora l’inganno era necessario e utile (Per Gorgia il politico era come un genitore che racconta bugie a fin di bene).
 
Ma cosa succede se l’arte della persuasione è utilizzata a fini egoistici?
 
Se Protagora e Gorgia tendevano entrambi attraverso la retorica e al suo insegnamento al benessere della comunità, è nei loro discepoli che si assiste ad un cambiamento. La sofistica, piuttosto che svilupparsi progressivamente secondo la direzione etica difesa dai suoi fondatori, degenera. Infatti, d’ora in avanti la sofistica corrisponderà ad una tecnica agonistica che ha come presupposto quello di confutare l’avvversario e perseguire l’utile individualistico.
Ed è in questo frangente storico che si inserisce la figura di Socrate.
 

Socrate

Socrate condivide così con la sofistica il primato della parola e del linguaggio e la centralità del confronto dialettico fra parlanti.

Le differenze fra Socrate e i sofisti

Dov’è però la sostanziale differenza fra Socrate e i sofisti è nel modo di concepire il dialogo. Se per i secondi sofisti si designava come una tecnica agonistica, per Socrate invece, rappresentava una collaborazione reciproca di individui ciascuno dei quali ha interesse a cogliere la verità.

Socrate elabora allora delle tecniche con cui condurre il dialogo, in grado di indirizzarlo nella giusta direzione morale:

-l’ironia e la confutazione: attraverso l’ironia, Socrate finge di crede alla falsa sapienza del suo interlocutore, e lo adula, gli fa dei complimenti, ammira la sua sapienza. Poi però, attraverso la confutazione, ne dimostra l’ignoranza e ne distrugge tutte le sicurezze.

-la maieutica, ovvero una tecnica in grado di far scaturire, attraverso la discussione, la verità presente in ognuno di noi.

Per Socrate l’uomo è in possesso di un intelletto (facoltà razionale) che gli permette di avvertire, nei vari ragionamenti, una maggiore o minore vicinanza alla verità.Socrate si dimostra totalmente fiducioso nei valori logici del discorso, in grado di confutare le fumose asserzioni dei sofisti e di rivelare la natura specifica dell’intelletto umano.
Ad esempio, in un dibattito tra due scienziati tesi a dimostrare le loro teorie, Socrate, probabilmente, ci consiglierebbe di mettere tra parantesi nei discorsi dei due scienziati, quelle espressioni cariche di elementi persuasivi, tese a coinvolgerci emotivamente, a sedurci, piuttosto che a convincerci razionalmente.
Ricordate il discorso sugli atteggiamenti a base emotiva?
Se il nostro atteggiamento verso le affermazioni dello scienziato sarà a carattere esclusivamente emotivo, saremo inconsapevolmente portati a giudicare la forza persuasiva del discorso, non tanto sulla base di elementi razionali, plausibili ragioni, quanto piuttosto a partire dai vissuti emotivi suscitati (Mi piace come parla, mi ispira fiducia)
Stesso discorso della pubblicità!
Qualcuno potrebbe chiedersi come fare allora a seguire gli elementi razionali del discorso di uno scienziato se non si conosce l’argomento.
Socrate direbbe, guardate ai fatti!
E se non è possibile valutare i fatti in quanto persone incompetenti, allora bisogna valutare i fatti di coloro a cui abbiamo affidato e demandato il compito di giudicare.
Ad esempio, se il discorso lo riportiamo alla politica, è facile lasciarsi catturare dai vari slogan come: “ci vogliono le ruspe”, “facciamo il vaffa day” “rottamiamo”.
Inoltre è bene tenere presente ancora un ultimo aspetto.
 

Aristotele

 Anche Aristotele rappresenta uno dei più celebri filosofi della storia. L’ immensa eredità Aristotelica comprende anche un trattato sullo studio della retorica, che come abbiamo già detto, riguarda l’arte del saper parlare e del saper persuadere. Per Aristotele, nella retorica, tra i vari elementi, svolgono un ruolo fondamentale sia l’atteggiamento del retore (ethos), sia la disposizione d’animo di chi ascolta (pathos).
Il buon retore deve saper sfruttare le emozioni del pubblico a proprio vantaggio, riuscendo a suscitare quelle più adatte ai suoi scopi. Per questo motivo, Aristotele dedica larga parte del Libro a studiare le varie emozioni, dandone una definizione e analizzando le circostanze e le persone con cui si è solito provarle. Nell’ordine, il filosofo parla di: collera, mitezza, amicizia e inimicizia (amore e odio), timore, vergogna, gentilezza e sgarbatezza, pietà, sdegno, invidia, emulazione.
Non è possibile dilungarci su quest’opera (anche perchè mi occupo di psicologia) ciò che comunque ci importa sottolineare sono tre aspetti:
  • già nell’antichità si era ben consapevoli che ai fini della persuasione del proprio uditorio si dimostrava essenziale adattare gli argomenti ai sentimenti del pubblico,
  • le emozioni alterano le opinioni degli uomini, e sono in grado di modificare i giudizi,
  • è impossibile ascoltare, giudicare, scegliere, vivere, in maniera neutra, cioè privi di emozioni; il ragionamento è qualcosa che la persona deve imporsi, le emozioni nascono in maniera automatica e guidano i nostri giudizi.

Per cui, nell’esempio del politico, è inevitabile che a guidarci nel nostro giudizio sarà anche il nostro atteggiamento emotivo (Come parla, mi ispira fiducia). Inoltre, nell’esempio del dibattito, più siamo esperti e interessati all’argomento, più la nostra attenzione potrà sintonizzarsi sugli elementi razionali del confronto, meno siamo esperti della materia e quindi meno informazioni si hanno per giudicare, più l’attenzione sarà catturata da espressioni a carattere emotivo. Infine, nel caso in cui sia presente un pre-giudizio, si tenderà ad enfatizzare le informazioni confermanti e a minimizzare quelle contrarie al nostro giudizio aprioristico.

 

Ricapitolando

Gli atteggiamenti ossia i giudizi permanenti verso persone, fatti o idee, si basano sempre su una valutazione di tipo emotivo, cognitivo e comportamentale. Quando l’atteggiamento si basa su un maggior peso della componente emotiva, parliamo di atteggiamento a base emotiva, quando invece è la componente cognitiva ad essere predominante il nostro atteggiamento è di natura cognitiva. 

Parliamo invece di pregiudizi quando la componente emotiva prende il completo sopravvento su quella cognitiva, e il giudizio di un individuo su un’altra persona, oggetto, idea, è dato a priori e prescinde da ogni altro fattore (Andrea mi è antipatico perchè è laziale).

Gli stereotipi sono generalizzazioni in cui le caratteristiche identiche sono attribuite ai membri di un gruppo. Negli stereotipi si amplificano le somiglianze e si restringono le differenze, per cui sono tutti molto simili a partire dall’elemento gruppo. Mentre il pregiudizio rappresenta la forte componente emotiva dell’atteggiamento, lo stereotipo riguarda la componente cognitiva. Gli stereotipi non sono sempre negativi, ma lo diventano se applicati in maniera violenta o discriminante ai gruppi di persone, etnie. Ad esempio il razzismo è una forma di discriminazione che si basa su uno stereotipo e si accompagna ad un pregiudizio negativo. Una forma di razzismo moderno è quello cosiddetto strisciante, in cui il pregiudizio si manifesta in maniera velata ( Ad esempio dire di una persona di colore, che è abbronzata, è una forma di razzismo strisciante).

La discriminazione è mettere in atto un comportamento discriminatorio rispetto ad uno stereotipo e ad un pregiudizio. Non ti faccio guidare (discriminazione) perchè voi donne (stereotipo) al volante siete pericolose (pregiudizio).

Abbiamo visto che già Socrate ci metteva in guardia dal nostro modo di giudicare le cose, spesso troppo denso di contenuti emotivi e poco attento ai fatti. Nei vari confronti che ebbe, per evitare che il pubblico si facesse catturare dalle acrobazie retoriche dei sofisti, Socrate preferiva si utilizzasse “il dialogo breve” (ciascuno parlava per poco tempo) e non quello lungo, proprio per evitare che l’uditorio cominciasse a seguire di pancia e non più di testa le diverse argomentazioni. Come abbiamo detto, a Socrate non interessava vincere” il duello”, ma pervenire assieme al suo interlocutore alla verità delle cose. Per cui scelto un argomento, Socrate dialogava con il suo interlocutore ed ognuno esprimeva il proprio punto di vista, ma non col fine di confutare e basta l’avversario, quanto piuttosto di ragionarvi assieme in un clima di collaborazione.

Abbiamo anche visto assieme ad Aristotele che l’uomo non è una macchina ed è predisposto a seguire l’oratore sopratutto in un atteggiamento emotivo, per cui quanto  più la fonte (l’oratore, il politico, l’amico) ci risulta attendibile, maggiore sarà il nostro grado di attenzione per quelle espressioni a carattere emotivo, fino alla possibile formazione di un pregiudizio-positivo o negativo-il quale una volta costituitosi ci farà”ragionare” e seguire un dibattito, alla stregua di un ultras (che va bene per uno sport ma non per queste faccende).

A proposito di politica e di referendum, durante il processo che lo vedeva imputato, Socrate, che rischiava la condanna a morte (come poi avvenne), non solo rifiutò la difesa da parte del più bravo avvocato sofista di Atene, ma quando gli fu chiesto di tenere un discorso a suo favore che avrebbe potuto salvarlo dalla condanna, preferì tenere “un breve discorso” ironico sulla disonestà dei giudici, piuttosto che lasciarsi andare a lunghi e seduttivi sofismi…

ma questa, è un’altra storia…

a cura di Diego Chiariello

 

Bibliografia:

Fondamenti teorici di psicologia sociale

Sitografia

http://www.carosotti.it/scritti-sulla-filosofia/socrate-e-la-sofistica

Wikipedia: Aristotele, La retorica

10 Indicatori di Abuso Sessuale sui Minori

Ecco la lista di 10 indicatori di abuso sessuale sui minori.
E’ una checklist molto affidabile, una sintesi di tutti gli articoli altamente scientifici che circolano in rete in queste settimane, a seguito del clamore mediatico suscitato dagli sviluppi dell’omicidio della piccola Fortuna in Caivano, alle porte di Napoli.

10 segni di abuso

Dunque, se riscontrate questi 10 segnali nel vostro bambino c’è il sospetto che sia stato abusato sessualmente:

1. mostrarsi insolitamente solitario, il bambino tende a isolarsi;
2. brusco cambiamento nelle abitudini;
3. il bambino lamenta dolori fisici che non trovano un’apparente spiegazione medica (mal di pancia, vertigini, mal di testa…);
4. il bambino diventa aggressivo o iperattivo
5. il bambino inizia a presentare un brusco calo dell’attenzione;

Caldo e ansia!

L’estate è arrivata, le giornate cominciano ad essere più calde e questo nell’immaginario di tanti significa sole, relax e maggiore possibilità di stare all’aperto. D’altra parte per molti questo periodo dell’anno coincide con l’inizio o l’acuirsi (intensificarsi) di diversi sintomi d’ansia e per questo si configura come un periodo non propriamente sereno. Così, chi solitamente durante il periodo invernale presenta delle sporadiche manifestazioni di ansia, col primo caldo avverte un’esacerbarsi (aumento) del proprio malessere.

Infatti, durante questo periodo, il maggior numero di chiamate che ricevo come psicologo sono inerenti a problematiche di tipo ansioso.

Estate e ansia

Perché d’estate si prova ansia?

Innanzitutto, mentre per qualcuno l’estate rappresenta il periodo florido (fiorente) dell’ansia, qualcun’altro scopre proprio durante questo periodo un rinnovato senso di benessere.

La verità su Babbo Natale: quando raccontarla ai bambini?

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Vi ricordate quando avete smesso di credere a Babbo Natale?

Se siete cresciuti in una cultura occidentale, questo personaggio fantastico probabilmente ha giocato un ruolo nella vostra infanzia. Un ruolo fondamentale? Scommetto che la maggior parte di noi direbbe sì.

Nonostante ciò, alcuni genitori sono preoccupati per il fatto di “imbrogliare” i propri figli circa l’esistenza di Babbo Natale. Dopotutto, si tratta di una bugia. Probabilmente, quando i bambini scopriranno la verità, sentiranno che i loro genitori li hanno traditi…

Inoltre, alcuni genitori sono interessati a far sviluppare ai loro figli un pensiero critico e razionale.

… In una sola notte all’anno, un uomo con la barba bianca e con delle renne che sanno volare consegna milioni di regali a tutti i bambini del mondo…

Chiedere ai bambini di credere a questa storia potrebbe sembrare un invito a essere creduloni e illogici.

 

Per questi motivi, è interessante prendere in esame i risultati mostrati dalle ricerche psicologiche sull’argomento che, globalmente, sono piuttosto rassicuranti (…)

 

Innanzitutto è importante sapere che i bambini devono ancora attraversare diverse fasi di sviluppo cognitivo.

Fino circa ai 6 anni, il loro modo di vedere la realtà è caratterizzato dal “pensiero magico” (Piaget): ciò che per noi adulti può essere assurdo (come il credere ad un vecchietto con una slitta volante che recapita a tempi record regali a tutti i bambini del pianeta) è per loro coerente e accettabile, e non va ad intaccare la loro capacità di giudizio per il semplice fatto che sono in una fase in cui il pensiero razionale non è ancora completamente sviluppato.

Inoltre, una recente serie di esperimenti condotti ad Harvard ha mostrato che i bambini sono in grado di distinguere tra personaggi fantastici derivati da credenze culturali e altre entità non visibili ma scientificamente comprovate (Harris et al 2006). Insomma, i bambini che dicono di credere in Babbo Natale sono comunque meno certi della sua esistenza rispetto all’esistenza dell’ossigeno e dei germi.

Globalmente questi studi ci fanno concludere che supportare con i nostri figli l’esistenza di Babbo Natale non contribuisca a renderli illogici e creduloni.

Che cosa succede, poi, quando i bambini scoprono che Babbo Natale esiste solo nella loro fantasia?

Le ricerche in merito mostrano che raramente i bambini appaiono con il cuore spezzato, mentre paradossalmente sono i genitori a sentirsi malinconici.

Quando i ricercatori sono andati a intervistare i bambini che avevano smesso di credere a Babbo Natale (la maggior parte attorno ai 6-7 anni), questi hanno riportato una situazione di globale tranquillità.

Molti di loro avevano già intuito qualcosa da qualche tempo, e ne avevano semplicemente avuto la certezza. Era il genitore, non il figlio, che riportava tristezza (Anderson and Prentice, 1994; Cyr, 2002).

E cosa dire della bugia?

Secondo gli studi scientifici, solo una percentuale bassissima di bambini sono rimasti un poco infastiditi dal fatto che i genitori avessero loro raccontato una frottola. Nel suo studio, Condry ha intervistato centinaia di bambini e nessuno di loro riportava rabbia nei confronti dei genitori dopo aver scoperto la verità circa Babbo Natale (Condry, 1987).

Tale reazione può essere ricondotta al fatto che i bambini riescono a realizzare che questa menzogna fa parte della categoria delle bugie bianche. Infatti, la letteratura scientifica suggerisce che già all’età di 3 anni i bambini capiscono la differenza tra le “bugie buone” e le “bugie cattive”. In alcuni lavori, sono stati presentati a bambini in età prescolare degli schizzi mal disegnati ed è stato chiesto loro di dare un giudizio. Quando l’artista era presente, i bimbi riferivano giudizi migliori. In altri studi, i bambini facevano finta di essere felici quando ricevevano regali che non gradivano. Raccontavano bugie bianche per evitare di far soffrire l’altro sfoderando un sorriso smagliante (Xu et al., 2010).

In definitiva, i genitori possono stare tranquilli sul fatto che i bambini perdonino loro di aver raccontato una frottola così buona e conveniente come Babbo Natale che porta i regali.

Inoltre i bambini continuano ad essere felici all’idea di ricevere la mattina di Natale i regali sotto l’albero, anche se non credono più in Babbo Natale perché ormai sono cresciuti (Cyr 2002).

Vai alla fonte in lingua originale

Traduzione a cura di Luca Mazzucchelli

 

8 Movimenti delle Mani che Rivelano la Menzogna

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Ekman elenca otto gesti comuni, riguardanti le mani, che indicano la menzogna.

Mano sulla bocca significato

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Il primo è la mano sulla bocca: quando viene detta una menzogna il cervello ordina inconsciamente alla mano di bloccare le parole false che pronuncia. Talora avviene che la bocca sia coperta solo da alcune dita o dal pugno, ma il senso del gesto non cambia.

 

Toccarsi il naso significato

Un altro gesto è quello di toccarsi il naso, che può essere costituito da una serie di rapidi sfregamenti sotto di esso o da un unico tocco, rapido e quasi impercettibile. Anche questo gesto va interpretato in relazione agli altri segnali corporei e al contesto, poiché il soggetto che lo compie potrebbe avere il raffreddore o un’allergia.

Sfregarsi l’occhio significato

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Il terzo gesto è lo sfregamento di un occhio: quando un bambino non vuole vedere si copre entrambi gli occhi con le mani; quando, invece, un adulto non vuole vedere qualcosa di spiacevole, si sfrega l’occhio inconsapevolmente. Tale gesto rispecchia il tentativo da parte del cervello di non vedere l’inganno oppure il volto della persona a cui mentire. Gli uomini si stropicciano solitamente l’occhio in modo vigoroso mentre le donne tendono a usare di meno questo gesto e, in caso, a sfiorarsi la parte inferiore dell’occhio con tocchi delicati, perché sin da bambine sono state educate a evitare gesti decisi oppure per non rovinarsi il trucco.

Toccarsi l’orecchio significato

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Un ulteriore gesto è lo sfregamento dell’orecchio, ovvero un tentativo simbolico da parte dell’ascoltatore di “non sentire”, ossia di bloccare le parole che sente portando la mano all’orecchio. E’, in altre parole, la versione adulta del gesto che il bambino fa tappandosi entrambe le orecchie con le mani quando i genitori lo rimproverano.

Grattarsi il collo significato

Un ulteriore gesto che denota dubbio o incertezza, tipico di chi non è convinto di accettare una proposta o un’offerta è quello di grattarsi il collo: l’indice, di solito della mano con cui si scrive, gratta il lato del collo sotto il lobo auricolare.

Scostarsi il colletto significato

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Quello di scostarsi il colletto è un altro fenomeno da prendere in considerazione. Desmond Morris è stato uno dei primi a scoprire che, quando si dice il falso, si avverte un formicolio nei delicati tessuti del viso e del collo che induce a grattarsi o a sfregarsi la parte interessata. Per questo motivo alcuni soggetti non solo si grattano il collo ma si scostano anche il colletto della camicia quando mentono e temono di essere smascherati.

 

Dita in bocca significato

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L’ultimo gesto è quello delle dita in bocca, che denota un bisogno di rassicurazione: si tratta di un tentativo inconscio di tornare alla sicurezza dell’infanzia, quando succhiavamo il latte materno. In assenza del seno materno il bambino piccolo si succhia il pollice o mette in bocca un angolo della coperta, l’adulto invece porta le dita alla bocca oppure succhia una sigaretta, la pipa, una penna, gli occhiali o mastica una gomma, per rassicurarsi.

di Federica Selvaggio

Le mie osservazioni:

Viviamo le nostre emozioni con la mente e con il corpo ma mentre l’una può essere nascosta agli altri nei suoi contenuti, il corpo invece veicola messaggi che sfuggono anche alla persona stessa e che possono per questo essere colti dall’interlocutore nelle contraddizioni inerenti la comunicazione.

Le mani rappresentano senza dubbio una parte importante del messaggio non verbale essendo quella parte di noi che più di altre interagiscono con l’ambiente.

 

Psicologia della scelta: 10 spunti strategici per prendere una decisione

“Divergevano due strade in un bosco,

io presi la meno battuta,

..e da lì tutta la differenza è venuta”

 

Come il poeta Robert Frost, tutti noi ci troviamo dinnanzi a decisioni determinanti per il nostro futuro ogni giorno.

Se vi trovate bloccati ad un bivio o, davanti a molte alternative, non sapete proprio cosa scegliete, ecco una raccolta di spunti provenienti dalla ricerca scientifica su come prendere una decisione.

 

1. Informarsi

Anche se le decisioni prese “di pancia” possono essere molto azzeccate, informarsi prima è un passo di vitale importanza. E’ assolutamente fondamentale raccogliere le informazioni di cui necessitate circa le opzioni a disposizioni ed analizzarle in modo adeguato. Alcune ricerche (ad esempio Dijksterhuis et al., 2009) mostrano che le decisioni dettate dall’istinto tendono ad essere più attendibili quando provengono da persone informate. Insomma, conoscere bene l’argomento in questione può rendere la propria intuizione maggiormente affidabile.

 

2. Parlare con persone che hanno dovuto affrontare decisioni simili

Psicologia della scelta

Parlare con una serie di persone che hanno attraversato i diversi percorsi al vaglio e che sono disposte ad esporsi in modo sincero può essere molto utile. Ogni esperienza è diversa da qualsiasi altra, ma ci potrebbe essere comunque molto da imparare da quelle altrui. Alcune ricerche (come Gilbert et al., 2009) suggeriscono che questo approccio può essere molto utile per sviluppare la capacità di predire le proprie possibili reazioni a determinati eventi futuri.

 

3. Tenere in considerazione la dissonanza cognitiva post-decisionale

La ricerca dimostra che le persone tendono a vedere il percorso scelto più positivamente una volta intrapreso. Questo fenomeno è chiamato “dissonanza cognitiva post-decisionale” (Festinger 1957,Lawler et al., 1975), ossia l’incapacità di riconoscere e ammettere i propri errori o, nello specifico, di riconoscere di aver preso una decisione sbagliata. La dissonanza cognitiva post-decisionale può influenzare la nostra capacità decisionale spingendoci nella direzione verso cui ci stavamo già muovendo senza considerare vie alternative.

 

4. Chiedersi cosa si sceglierebbe se nessuno si intromettesse

In molte decisioni, i bisogni e i desideri delle persone amate sono centrali e assumono un certo peso. Spesso però siamo influenzati eccessivamente anche da altri fattori esterni, ad esempio quale scelta ci darebbe maggiore prestigio o cosa la gente penserà. Quando si cade preda di questi pensieri scomodi, una strategia utile consiste nell’immaginarci uno scenario in cui nessuno sappia o si preoccupi delle decisioni che prendiamo. E’ fondamentale identificare quali degli obiettivi che ci poniamo sono in linea con quanto vogliamo davvero e quali invece ci sono stati in realtà dettati da altro.

 

5. Non lasciarsi guidare dalla paura, senza però ignorarla

Psicologia della scelta

Per crearsi la vita desiderata occorre correre dei rischi, alcune volte anche grossi. Dire che non si devono mai prendere decisioni basate sulla paura sarebbe troppo semplicistico, visto che la paura ci proteggere dal pericolo, tuttavia quando incappiamo in decisioni molto importanti della vita sarebbe bene evitare di fare sempre scelte che ci proteggano da qualsiasi rischio. A questo proposito, si è visto che focalizzarsi sull’evitamento della paura invece di perseguire ciò che vogliamo è associato alla solitudine e l’insicurezza.

 

6. Cercare alternative

Spesso ci si focalizza solo sulle opzioni già vagliate, tralasciando potenziali alternative. Bisognerebbe chiedersi invece: esistono varianti alle opzioni considerate che potrebbero funzionare? Ci sono sentieri completamente diversi che varrebbe la pena esplorare? Per esempio, quando si sta cercando di decidere fra due potenziali partner, si potrebbe decidere di non scegliere nessuno dei due. Se si fosse molto indecisi potrebbe essere segno che nessuna delle opzioni è quella corretta e che, un terza possibilità, potrebbe essere quella più opportuna.

 

7. Smettere di pensarci per un po’

Psicologia della scelta

Ruminare su una decisione da prendere può avere conseguenze molto negative. Impantanarsi nei dettagli può interferire inoltre con la propria abilità nel fare chiarezza su cosa si vuole realmente. Alcune ricerche (tra cui Creswell el al., 2013) suggeriscono che distrarsi dalla decisione da prendere per un po’ di tempo e ritornarci poi con la mente fresca possa aiutare a fare la mossa giusta (naturalmente dopo essersi informati a dovere!).

 

 

8. Mettere alla prova ogni opzione

Alcune ricerche dimostrano che le persone tendono a prendere decisioni differenti a seconda dello stato d’animo che hanno nel momento della scelta. Per bypassare questo problema, immaginate di aver preso la vostra decisione e mantenete questa scelta per qualche giorno. Questa strategia vi permetterà di verificare come vi sentite nei giorni successivi sulla base della via che avete “scelto” di intraprendere.

 

9. Considerare come il vostro “sè futuro” si sentirà

Nel suo TED talk (qui l’intervento per intero in lingua originale) lo psicologo Daniel Gilbert afferma: “tutti noi ce ne andiamo in giro con l’illusione di essere appena diventati le persone che eravamo destinate a diventare e che saremo così per il resto della nostra vita..  ma si tratta di una illusione appunto” . Nella sua ricerca egli ha dimostrato che le persone tendono a sottovalutare quanto i loro valori, la personalità, le preferenze e gli hobby cambieranno nei prossimi dieci anni. Uscire da questa illusione ci può motivare a scegliere cosa è meglio per il nostro presente piuttosto che per il nostro futuro. Sebbene sia difficile predire esattamente cosa vorremo in futuro, sarebbe sempre meglio considerare la possibilità che si potrebbe desiderare qualcosa di molto diverso da quello che si desidera ora.

 

10. Accettare che la decisione perfetta non esiste

Psicologia della scelta

Prendere una decisione difficile può essere particolarmente stressante quando si immagina che ci sia una sola scelta giusta possibile e si deve solo capire quale sia. La verità è che spesso anche questa fatidica “scelta giusta” ha i suoi lati positivi e negativi. Qualsiasi strada si decida di intraprendere si proverà sempre un po’ di tristezza, perdita e dispiacere, ma questo non significa aver fatto la scelta sbagliata.

Traduzione a cura di Luca Mazzucchelli

Vai alla fonte in lingua originale

Le mie osservazioni:

Compiamo continuamente scelte. Scegliere è una condizione imprescindibile dell’esperienza umana.

Kierkegaard diceva che la scelta è decisiva per il contenuto della personalità. Attraverso lo scegliere infatti, ogni volta definiamo noi stessi e la nostra esistenza.

Quando lo scegliere è per certi versi di non facile attuazione, i suggerimenti sopra elencati  potrebbero agevolare il processo decisionale.

A mio avviso, l’ essenziale resta soprattutto il riuscire a comprendere il tipo di difficoltà soggettiva che si sperimenta nell’atto della scelta.

Per alcuni, infatti, il problema della scelta potrebbe risiedere nel post-scelta, in quei pensieri che si affacciano dopo l’aver preso una data decisione e che turbano la quiete. In questi casi la difficoltà della scelta sarebbe soprattutto legata all’ansia che si presenta dopo una certa decisione. Ciò potrebbe condurre a non attuare preventivamente una certa scelta.

In questi casi il suggerimento è di non concedere troppo spazio ai timori che si presentano dopo una data scelta. In pratica di non fasciarsi la testa prima di cadere.

In altri casi, la difficoltà potrebbe essere soprattutto legata al timore e alla paura delle conseguenze di una determinata scelta. L’ansia di non fare la scelta giusta potrebbe portare a procrastinare e rimandare l’evento decisionale. 

In questi casi il suggerimento è di vagliare le possibili alternative senza però perdersi in troppi preamboli, tenendo presente che la scelta giusta non può essere sempre fatta a priori.

Inoltre, se è dagli errori che traiamo la maggior parte della nostra esperienza, è davvero così pericoloso sbagliare di tanto in tanto: pensaci!