Come continuare ad avere sensi di colpa

Oggi voglio parlarvi di uno dei tre principi cardini del benessere psicologico, di quelli da tener ben presente nella vita di tutti i giorni, un mantra da esercitare nella propria quotidianità per godere di maggiore serenità.
Come i tre principi della termodinamica che qualcuno ha appreso alle superiori, senza capirne proprio bene il significato, nella psicologia della salute esistono a mio avviso dei principi cardini del benessere emotivo che vanno presi per come sono, semplicemente perchè sono salutari.

Per mia fortuna,  svolgo un lavoro che mi offre la possibilità di una continua crescita personale, il che equivale anche ad un maggior benessere nella vita di tutti i giorni. Infatti, una parte delle nostre sofferenze scaturisce dalla mancata comprensione di quello che ci accade e ci ri-accade.
Solo quando siamo consapevoli di quello che ci succede possiamo davvero essere artefici della nostra esistenza.

Chiaramente, non tutti i problemi che ci occupano nascono dalla mancata comprensione di cosa sia a generarli.
Ci sono situazioni e condizioni di vita che incutono sofferenza in una maniera diciamo naturale:
pensiamo ad esempio ad un lutto o alla malattia di una persona cara e tante altre situazioni di questo genere che scuoterebbero chiunque.

In questi casi la vita ci mette davanti a delle tematiche che intrinsecamente producono sofferenza.

Allo stesso modo, anche se di tutt’altro tenore, viviamo come ragionevolmente problematiche, proprio perchè senza apparente soluzione, tantissime altre condizioni.
Ad esempio: la mancanza di lavoro può naturalmente generare sofferenza e in questo caso, conoscere il motivo del problema (cioè la mancanza del lavoro) non metterà fine alla sofferenza.
Chiaramente, rispetto agli esempi del lutto o della grave malattia di una persona cara, siamo entro una tipologia di problematiche certamente risolvibili, eppure, logicamente ineccepibili:

 soffro perchè non lavoro e la soluzione al mio problema sarebbe quella di lavorare.

Allo stesso modo, una persona potrebbe affermare:

“Soffro perchè sono solo ma se avessi qualcuno non soffrirei”;
“Soffro perchè al lavoro il capo mi attacca continuamente ma se lui non ci fosse non avrei più alcun problema”.

E’ fin troppo evidente come tutti questi ragionamenti logicamente corretti, continueranno a produrre una quota di sofferenza se inquadrati da quest’unica prospettiva.
Da osservatori esterni, invece, saremo pronti a giurare che la soluzione è a portata di mano e che forse il problema è la persona e non la situazione:
Soffri per la mancanza di lavoro? trovalo!
Soffri perchè ti manca una persona, cercala!
Soffri perchè il tuo capo ti rompe, diglielo! vattene! non so, qualcosa puoi fare altrimenti fregatene!

Anche se le soluzioni così prospettate sono forse un pò troppo sbrigative perchè non tengono conto della situazione in cui la persona è soggettivamente calata, nè dei movimenti che ella probabilmente avrà già messo in atto per tirarsene fuori (cercare lavoro, cercare qualcuno, restare indifferente al capo), ciò nonostante hanno il pregio di intendere la soluzione come qualcosa di pratico, da ricercare nella vita.
Certo, bisognerebbe indagare anche quali sono le ragioni che impediscono l’attuazione di quella che a noi sembra la mossa più ovvia.
Cioè bisognerebbe comprendere, assieme alla persona e non soltanto dal nostro punto di vista di osservatori esterni, cosa impedisce la messa in pratica delle soluzioni da noi prospettate.

In molti casi, le difficoltà di questo genere possono essere ricondotte a tematiche che sfiorano il problema ma non ne rappresentano la vera causa.
Cioè, qualcuno potrebbe ritenere che il proprio malessere sia dovuto alla solitudine ma in realtà essere alle prese con l’elaborazione della precedente storia e dei sentimenti ad essa associati.

Allora in questo caso, la soluzione tarda ad arrivare, non tanto per la difficoltà, ad esempio, ad incontrare un nuovo partner, quanto piuttosto perchè ad un certo livello si sente il bisogno di fare maggiore chiarezza sui sentimenti e le emozioni legate al precedente rapporto:
in questo caso, sarà solo della vecchie ceneri che potrà sorgere un nuovo inizio.

Per questo motivo, in tutte le situazioni che producono una certa quota di sofferenza, non sono sufficienti i consigli o i trucchi che vengono dall’esterno, giacchè, se non si è compreso il reale motivo alla base del malessere esperito dalla persona, non c’è soluzione che tenga se non in maniera provvisoria.
Lo psicologo quindi non può dare semplicemente consigli. Senza la sufficiente conoscenza della tematica d’interesse, essi funzionerebbero come un vestito adattato ad una persona di cui non si conosce la taglia:
“eccoti la taglia 48, sicuramente andrà bene anche a te perchè solitamente va bene a tutti”.
Alla stessa maniera, per una persona che si ritrova a vivere un momento di sofferenza, la ricerca della comprensione mancante non dovrebbe affatto essere vissuta come una dolorosa esperienza ma prospettarsi come la possibilità di una maggiore comprensione di Sè. Ciò conduce ad un estrema liberazione, in quanto assieme ai vissuti che emergono, si ha l’autentica scoperta e appropriazione del proprio “Chi sono io davvero”.

Detto questo, nel corso della mia esperienza lavorativa mi sono ritrovato in più di un’occasione a far partecipe diverse persone dello stesso identico principio salutare, il quale era inizialmente accolto come una vera e propria scoperta.
Questo principio è tanto semplice e scontato che proprio per questo passa sott’occhio e potremmo grossomodo enunciarlo così: Non posso entrare nella testa degli altri”.

Cosa significa?

Quando dico che non possiamo entrare nella testa degli altri non voglio dire, nè che una persona non possa averci tra i suoi pensieri, che non possa averci “in testa”, nè intendo dire che sia sbagliato cercare di essere nella testa degli altri, ossia di comprenderne le intenzioni, le ragioni, le emozioni o i comportamenti. Anzi, è proprio grazie a questa capacità di calarsi nelle situazioni di vita dell’Altro che riusciamo ad afferrarne il punto di vista anche senza viverlo in prima persona.
Rapporti che vanno dalla convivenza sociale fino all’amore non sarebbero possibili senza questa nostra capacità empatica.

Quando dico che non si può entrare nella testa degli altri intendo semplicemente rimarcare un aspetto fondamentale che sostanzia il nostro rapporto con l’Altro:
per quanto io mi sforzi di capire qualcun’altro nelle sue intenzioni, giudizi, comportamenti, emozioni, vissuti e quant’altro, esisterà sempre e comunque un limite invalicabile oltre il quale non mi è consentito andare e che è dato appunto dal suo essere un Altro diverso da Me. Ammenochè non sia la persona stessa a comunicarmi i suoi vissuti e come tutti noi sappiamo anche in questo caso ciò potrebbe essere non sufficiente.
Ma quello che qui voglio affermare è davvero molto semplice: i nostri e altrui pensieri, sentimenti, vissuti, emozioni, la nostra esperienza, sono essenzialmente nostri. Questo vale per noi stessi ma vale anche per gli altri.
Per cui, per quanto noi possiamo essere convinti di aver colto la verità dietro un comportamento, un atteggiamento, un vissuto che riguardi l’Altro dobbiamo riconoscere che la nostra è una pura e semplice interpretazione, magari giusta, ma pur sempre un’ interpretazione.
Chiaramente, il grado di accuratezza delle nostre interpretazioni varia a seconda del contesto, della conoscenza della persona e di altre variabili in esame, tanto che grazie a delle regole prefissate il nostro vivere assieme si svolge in una maniera pressochè automatica, fluida, quotidiana. 

Ora, sembrerebbe quasi un paradosso che sia proprio uno psicologo ad affermare che non sia possibile entrare nella testa degli altri, ma a pensarci bene, è un fatto innegabile.

Ok! direbbe qualcuno:

“E’chiaro che non possiamo entrare nella testa degli altri però possiamo arrivare a capire a seconda della persona e della situazione quello che ci interessa sapere.

Ad esempio,
Oggi Giorgio tramite un SMS mi ha comunicato che questa sera non possiamo vederci, dicendomi che è a causa del mal di testa, mentre io so che nel pomeriggio ha litigato con la sua compagna per la storia dell’armadio rotto. Magari non potrò entrare nella sua testa però ho ottime ragioni per dedurre che sia questo il reale motivo del suo “mal di testa”…e poi, se così non fosse, non è che ci perdo il sonno, in fondo domani glielo potrò chiedere e il mistero è risolto.

Perfetto!

Da questo semplice esempio possiamo vedere come nei casi in cui non ci sia possibile determinare con assoluta certezza le ragioni di un dato comportamento, ci affidiamo alla nostra intuizione e procediamo effettuando dapprima un’inferenza dagli indizi in nostro possesso e poi abbozzando una ricostruzione:
Se Giorgio non viene sarà successo qualcosa-oggi ha litigato con Anna-probabilmente sarà questo il motivo.
Cioè, a seconda di quello che abbiamo in nostro possesso, sensazioni, fatti, notizie, conoscenza della persona e quant’altro, cerchiamo di ricostruire l’accaduto:
Giorgio quando litiga con Anna fa sempre così, e inoltre so bene quanti problemi stiano vivendo in questo momento.

Nell’esempio di Giorgio dobbiamo tener presente questi tre aspetti:
il primo è che Giorgio è un nostro caro amico, una persona che conosciamo molto bene. Ad esempio sappiamo che vive una relazione importante con Anna e che al momento si ritrova a vivere un periodo poco sereno a causa dei suoi problemi sul lavoro che sembrano ripercuotersi anche sulla coppia.
Il secondo aspetto da tenere presente è che a nostro avviso si trattava di una semplice cena e che quindi il motivo del suo improvviso ripensamento non ci scuote affatto: che sia questo o un’altro il motivo, non importa, quando e se vorrà sarà lui a dircelo.
E terzo, cosa davvero importante, non crediamo sia dipeso da noi.

Sottolineiamo ancora una volta che è del tutto naturale cercare di comprendere le intenzioni altrui, anzi, è talmente umano che in realtà quando siamo assieme agli altri, noi non ci sforziamo nemmeno di farlo ma siamo istintivamente portati a farlo:
Vedo un genitore fare una carezza al figlio e subito penso che sia un bravo genitore, magari una brava persona e così via. Il tutto senza che nemmeno me lo chieda. Infatti diamo anche per scontato che quella persona sia uno dei due genitori mentre potrebbe benissimo essere uno zio o addirittura un estraneo. Ma se il nostro giudizio, il nostro vivere assieme agli altri dovesse passare ogni qualvolta al vaglio del nostro ragionamento, diverrebbe impossibile vivere assieme, e anzichè essere così spontanei assomiglieremmo più a dei robot che si muovono a scatti.

Rispetto all’esempio di Giorgio, proviamo ora a variare la situazione restando sullo stesso tema.

Abbiamo invitato Claudia che da poco conosciamo a prendere un caffè. Claudia accetta e ci ritroviamo come d’accordo al Bar Forever. Qui cominciamo a conversare, Claudia è molto simpatica e con lei è davvero facile discorrere un pò su tutto. Ci divertiamo, ci conosciamo meglio, trascorriamo un’oretta assieme davvero piacevole e crediamo che anche per lei sia così. Decidiamo infatti di risentirci per una cenetta di lì a poco. Quando lasciamo Claudia siamo contenti, era da tanto che non avvertivamo questa sintonia con una persona.
Il giorno dopo, risentiamo Claudia e nei giorni successivi ci messaggiamo spesso. Così le chiediamo quando sarebbe disponibile per quella cenetta, magari anche domani se non ha già altri impegni. Ma Claudia ci dice che non vorrebbe complicare le cose, che è felice della nostra nascente amicizia e di passare del tempo assieme ma non vuole che diventi una frequentazione che porti ad altro.
D’accordo, nulla di sconvolgente!
Claudia è una persona interessante ma non la conosciamo da tanto. Magari è semplicemente estroversa e dolce di suo e non per un’intesa con noi. Ce lo diciamo ma non ne siamo convinti!
Così cominciamo col passare in rassegna alcuni momenti significativi dell’incontro al bar, delle telefonate e dei messaggi, quelli che secondo noi testimonierebbero questa presunta intesa e cosa possa ad un certo punto averla irrimediabilmente guastata. Giochiamo così per un pò, ma niente. Poi cominciamo a pensare che forse quella frase sulla troppa emancipazione delle donne non le sia affatto piaciuta. Eppure era chiaro il nostro punto di vista a favore delle donne, ma forse lei non l’ha compresa del tutto o magari voleva che la invitassimo subito senza aspettare tanto, infatti ce lo aveva detto che le piacciono gli uomini decisi. Certo potremo anche chiederle se ci siamo sbagliati ma forse nemmeno lei è consapevole di cosa a un certo punto le abbia fatto cambiare idea.
Cosa possiamo aver detto o aver fatto mai per farle cambiare idea?

In questo caso, a differenza dell’esempio di prima, non abbiamo il supporto della conoscenza della persona che ci consenta di fronteggiare i nostri dubbi ed inoltre questa volta, siamo più interessati a comprendere cosa sia successo in quanto ci sentiamo più coinvolti. Gli indizi ci sono: ricordi, sms, tracce da cui recuperare” la verità” dei fatti.

Da questo nuovo esempio si evincono due cose:
la nostra già menzionata naturale tendenza investigativa ( chi più, chi meno) a ricostruire gli eventi, specie quelli che non si accordano con le nostre aspettative.
E cosa più importante, la spirale autoriflessiva nella quale si può cadere se non si accetta il limite invalicabile che è quello di non poter entrare nella testa degli altri.

Insomma, va bene cercare di capire se con Claudia abbiamo frainteso fin dall’inizio o magari sia successo qualcos’altro, ma attenzione, il pericolo è dietro l’angolo. Se non si tiene presente che le nostre più attente indagini non ci consentiranno mai di avere la certezza di cosa passi nella testa di qualcun’altro, alla fine c’è il pericolo di diventare noi stessi il bersaglio delle nostre ricerche:
Claudia non vuole più uscire, IO avrò detto o fatto qualcosa che non va!
E più siamo avvezzi al rispecchiamento, maggiormente ci sentiremo gli artefici o meglio i colpevoli dell’universo.
Se vi state chiedendo cosa porta ad un certo punto a spostare l’attenzione su di Sè mentre siamo alle prese con l’interpretare i movimenti dell’Altro, la risposta discende dallo stesso principio che stiamo formulando: giacchè non possiamo entrare nella testa degli altri, gira e rigira l’obiettivo si andrà a spostare su ciò che invece possiamo conoscere, ossia noi stessi, i nostri comportamenti, cosa abbiamo detto non detto, fatto non fatto…

E più siamo avvezzi a questo procedimento più esso sarà automatizzato tanto da sfuggire alla nostra consapevolezza.
Per cui, se nelle tante situazioni che ci interpellano, siamo soliti leggervi una nostra responsabilità diretta, allora è comprensibile che i sensi di colpa e con essi una più o meno maggiore quota di sofferenza si faccia sentire.

In definitiva, per tutti i maestri dei gialli, esperti R.I.S. e quant’altro, si dia pure libero sfogo alla propria bravura e creatività, ma non dimentichiamo mai che le nostre sono soltanto ipotesi e al massimo libere interpretazioni. Inoltre, accettiamo ad indagini concluse di non pervenire per forza ad una verità. Impariamo ad accogliere il dubbio, la tensione di non capire cosa passa nella testa di una persona, perchè a seconda del nostro grado di egocentricità e dell’importanza della situazione, della persona o altro, il rischio alla fine è che tutto ci si ripercuota contro.
Inoltre, quando parlo di ricostruzione, non dobbiamo immaginare qualcosa che duri settimane. A volte il tutto avviene in pochi secondi ma il processo è esattamente lo stesso:
non so perchè sia successo questo, forse dipende da me.

Per cui, nelle situazioni ambigue, che non ci consentono di stabilire con esattezza il significato delle cose, diamo pure libero sfogo alle varie interpretazioni ma teniamo presente questo utile mantra:
NON POSSO ENTRARE NELLA TESTA DEGLI ALTRI!
Non possiamo sapere perchè Claudia non abbia accettato il nostro invito, forse per questo, forse per quest’altro o forse per altro ancora. La verità la conosce Claudia.
Con questo come ho già largamente detto, intendo dire che è più che naturale cercare di comprendere quello che resta enigmatico, specie se ci procura una quota di sofferenza, ma accettare che l’altro è portatore di un mistero al quale molte volte non ci è possibile accedere è l’unico modo per vivere autenticamente e in maniera più salutare la vita e il vivere assieme.

Così spero di aver risposto anche al perchè io credo fermamente che lo psicologo in primis debba tenere presente questo mantra nel suo lavoro.
Un bravo terapeuta a mio avviso non cerca di entrare nella testa degli altri, non cerca di spiegarti tu come sei, sarebbe follia credere che un’altro possa saperne più di te, ma attraverso le giuste domande, frutto di una conoscenza delle storie di vita, delle personalità e dei modi di essere, riesce a capire, assieme a te, TU CHI SEI e non come sei fatto: proprio come il migliore dei sarti che con i suoi strumenti cuce il vestito che noi desideriamo e non quello che lui ha in magazzino.
Ma se proprio vogliamo dirla bene, un bravo terapeuta, ti mostra, attraverso quello che tu gli mostri di te stesso: quale abito indossi, come ti calza e quanto ti appartiene. Ed eventualmente come sostituirlo.

Diego Chiariello

Psicologo clinico e Psicoterapeuta, da anni metto al servizio della mia comunità e di quella virtuale, l’esperienza e la passione per la pratica psicologica del benessere della persona.

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