Le diverse reazioni alla perdita di persone importanti

Un post di ampio respiro sul tema della perdita del collega Luca Mazzucchelli di cui riporto soltanto una parte e di cui consiglio vivamente la lettura per intero.

Quando è opportuno richiedere un aiuto psicologico?
Tutte le persone prima o poi si devono rapportare con l’esperienza della perdita di qualcosa di importante. Non solo la morte di persone a noi care, che è il prototipo di perdita, ma anche di un rapporto d’amore, d’amicizia, di un oggetto con particolare valore. Lo stesso crescere vuol dire un po’ anche morire, abbandonare una parte di se stessi per approdare a una nuova, cercando di integrare il meglio possibile gli aspetti vecchi con quelli nuovi.

D’altra parte il sentimento della perdita è universale. Sluzky ci ricorda che “le perdite sono le ombre di tutti i possessi, materiali e non”. Così come l’ombra affianca costantemente il nostro corpo, infatti, anche la certezza che prima o poi perderemo qualcosa, qualcuno, un progetto, ci segue inevitabilmente: non è un qualcosa di opzionale nella nostra vita ma sua parte integrante, l’opposto che è in grado di darle un senso e valore.

Il sentimento della perdita rappresenta, in effetti, il tentativo di tornare all’unità, al rapporto, di mantenere una connessione, di riorganizzarsi. E’ questa l’ironia insita nella perdita: il vuoto che percepiamo tendiamo a conservarlo, poiché rimane l’unica cosa in grado di tenerci in contatto con la persona perduta. Là dove c’era lei ora non c’è più nulla, c’è un vuoto che si può decidere di tenere vicino a sé in ricordo dei tempi passati, lo si può riempire di nuovi significati costruttivi e positivi oppure renderlo ricettacolo dei propri rimpianti e rimorsi, trasformarlo in un demone persecutorio in grado di prendere il sopravvento sul nostro modo di vivere la vita.

Se la perdita è inevitabile quello che può cambiare da persona a persona è piuttosto la percezione che noi abbiamo di essa. Uno studio del 2004 di Bonanno, Wortman e Nesse dimostra chiaramente quanto siano diverse le forme di adattamento all’evento del lutto, suggerendo la necessità di abbandonare l’idea ingenua ma diffusa che la sua elaborazione proceda e si risolva in maniera lineare, passo dopo passo, per approdare invece a una concezione nella quale siano differenti i percorsi di negoziazione della perdita.

Dopo avere selezionato 267 coppie di coniugi di cui almeno un membro con più di 65 anni, sono state studiate le diverse reazioni alla morte del partner, con risultati interessanti.

L’idea più comune per cui dopo la perdita si prova dolore con un picco dopo 6 mesi che torna nella norma un anno dopo il lutto è uno schema seguito solo dall’11% delle persone. Sono sicuramente soggetti dotati di buone strategie di adattamento. In questo caso l’elaborazione procede in maniera lineare.

Il 46% delle persone rispondono al lutto in maniera ancora migliore. Partono da un dolore relativamente basso che resta tale fino a 4 anni dopo. Questo non è dovuto al fatto che neghino le proprie emozioni o che siano insensibili. Mostravano di avere un buon rapporto con il partner ma la sua ricerca dopo la morte resta bassa: hanno eccellenti capacità di affrontare la situazione.

Per entrambe queste categorie non è necessario fornire aiuto psicologico. Anzi sarebbe necessario studiarle per imparare come fanno. Non tutte le persone però sono così.

Per il 16% dei soggetti, infatti, il dolore aumenta fino a 6 mesi senza mai diminuire anche a 4 anni di distanza.  Spesso sono persone pieni di rimorsi per quello che hanno o non hanno fatto insieme al loro compagno e un sostegno psicologico può fornire loro un aiuto nell’elaborazione del lutto.

Per l’8% la sofferenza era presente già 3 anni prima del lutto, perché soffrivano di depressione marcata e la perdita ha poi aggravato lo stato delle cose. In questo caso più che elaborare il lutto è consigliata una psicoterapia per curare la depressione.

Il 10% delle persone, invece, sono depresse prima del lutto ma si sentono sempre meglio dopo l’evento della perdita. Questo per il fatto che il rapporto tra i coniugi era già deteriorato ma non si raggiungeva la separazione (si pensi a casi di abuso fisico o psicologico) oppure perché in casi di assistenza a persone cronicamente malate. Per queste persone la morte più che un problema ne rappresenta la sua soluzione. “Ho una vita nuova davanti ora, mi sento rinascere!”. In queste situazioni il supporto psicologico può essere utile per sentirsi autorizzati a sentirsi sollevati, senza provare un pericoloso senso di colpa.

Come ha spiegato Neimeyer nel suo libro “lesson of loss: A guide to coping”, la morte può sovvertire le nostre regole e organizzazioni di vita. Quando una persona rimane orfana del proprio partner capita che mantenga abitudini di coppia, sorprendendosi nella naturalezza con la quale si scopre ad apparecchiare la tavola ancora per 2 persone, mettendosi il profumo del partner, assumendo abitudini che prima erano del compagno. È per questo che è importante riuscire a capire l’esperienza della perdita alla luce dell’esigenza umana di ordine e organizzazione. Tutti i nostri disturbi in fin dei conti sono tentativi di adattamento andati a male, tentativi di tenere vicino persone che vorremmo fossero con noi.

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