Pregiudi, Socrate e il referendum

Referendum 

Visto che in questo periodo non si fa  che parlare di referendum, mi è sembrato utile, non tanto interrogarmi sul valore del referendum e della politica in sè, quanto piuttosto sugli effetti della comunicazione nella formazione dei pregiudizi, stereotipi e discriminazioni. Sono concetti psicologici ormai entrati a far parte del linguaggio comune ma non sempre è chiara la differenza tra di essi e soprattutto come essi si formano. Lo vedremo non solo dalla prospettiva della psicologia, una visuale per me congeniale, ma anche attraverso l’eredità di Socrate e Aristotele, pensatori che non smettono mai di insegnarci.

Come molti, anche io credo di avere più o meno presenti le ragioni che mi portano ad optare per una delle due scelte possibili a questo referendum, ma ad un esame più attento, mi accorgo che dire le “mie ragioni” travisa la realtà dei fatti. Certo sono io a prendere la decisione e sono io che scelgo di condividere certi ragionamenti piuttosto che altri, ma effettivamente, quanto c’è di mio?, e soprattutto, cosa ha determinato il mio propendere in una direzione anzichè nell’altra. E’ stata un’attenta valutazione dei fatti, dei vantaggi e degli svantaggi di ciascuna possibilità, come dovrebbe essere, o sono altri gli elementi che pesano e guidano il mio giudizio? (come già ho detto, del referendum ci interessa poco).

A mio avviso, la mia scelta come quella di tanti (non dico di tutti), più che basarsi su un’attenta valutazione dei fatti, è frutto soprattutto di quel meccanismo di semplificazione che gli psicologi studiano da tantissimo tempo e che va sotto il nome di pregiudizio. Un meccanismo a volte utile, soprattutto in un’epoca come la nostra, purchè non si finisca per esserne vittime inconsapevoli.

Pre-giudizio significa letteralmente “giudizio a priori”, e senza entrare nelle squisite delucidazioni Kantiane sugli “a priori”, quando parliamo di pregiudizio in psicologia ci riferiamo agli atteggiamenti:

 i pregiudizi sono atteggiamenti basati su una forte componente emotiva.

Cosa significa questo? 

Per rispondere a questa domanda dobbiamo anzitutto capire cos’è un atteggiamento.

N.B. Quindi, prima di capire cosa sono i pregiudizi dobbiamo vedere il significato degli atteggiamenti.

Atteggiamenti

Gli atteggiamenti sono giudizi permanenti -positivi o negativi- riguardo a persone, fatti o idee.

Cosa vuol dire giudizi permanenti?

Gli atteggiamenti si dicono permanenti nel senso che resistono nel tempo. Una sensazione passeggera di fastidio verso una frase detta da qualcuno, non costituisce un atteggiamento, a differenza invece di un’impressione negativa e permanente a suo riguardo (Marco l’altra sera mi ha fatto arrabbiare quando ha iniziato a parlare ma poi ci siamo divertiti. Marco ogni volta che apre la bocca è insopportabile. Solo nella seconda affermazione parliamo di atteggiamento negativo, come giudizio permanente, nei confronti di Marco).

Ai fini del nostro discorso è essenziale sapere che gli atteggiamenti sono costituiti da tre diverse componenti o parti, in particolare essi comprendono:

  • una componente emotiva, che consiste nelle nostre risposte emotive rispetto all’oggetto dell’atteggiamento (Andrea mi è antipatico)
  • una componente cognitiva, fatta da ciò che pensiamo o crediamo a suo riguardo (Andrea non capisce di calcio;)
  • una componente comportamentale, che consiste nelle nostre azioni o nel comportamento osservabile nei confronti dell’oggetto dell’atteggiamento (con Andrea non ci parlo più).

N.B. Quindi, gli atteggiamenti sono giudizi permanenti, cioè resistenti nel tempo, e sono formati da tre parti: una emotiva, una cognitiva, e una parte comportamentale.

Perchè allora questo discorso sull’atteggiamento e sulle tre parti che lo compongono, se poi sono sempre presenti tutte assieme?

Il fatto è che non tutti gli atteggiamenti hanno origine allo stesso modo. Sebbene tutti includano componenti emotive, cognitive e comportamentali, ciascun atteggiamento può essere basato su una componente in misura maggiore rispetto alle altre.

Ad esempio, se con Andrea non ci parlo più perchè mi è antipatico, vuol dire che è la componente emotiva ad avere un peso maggiore sul mio atteggiamento verso Andrea. Se invece con Andrea non parlo di calcio perchè a mio avviso è troppo inesperto sarà la componente cognitiva a guidare il mio comportamento e il mio giudizio.

Come può esserci utile questo?

In molte circostanze della vita, è bene tenere presente quanto peso abbia ciascuna componente su un certo giudizio, in quanto l’una (la componente emotiva) potrebbe influenzare l’altra (la componente cognitiva) senza che la persona ne sia completamente consapevole o ne stimi la portata.

Lo sa bene chi fa pubblicità, quanto è importante associare certi vissuti emotivi all’immagine del proprio prodotto, visto che più della componente razionale è l’aspetto emotivo che guida la scelta dei consumatori. Ad esempio, una compagnia telefonica che come réclame mostra dei giovani che si divertono ad una mega festa, non è tanto interessata a far risaltare le caratteristiche di convenienza della propria offerta, quanto piuttosto all’effetto emotivo da suscitare e far associare al possibile uso del proprio prodotto.

Cosa potrà mai c’entrare un’offerta telefonica con le feste e la libertà?

In questi casi si dice che il nostro atteggiamento è a base emotiva, in quanto è soprattutto la componente emotiva che ispira il nostro giudizio.

Un’atteggiamento a base emotiva non implica necessariamente un giudizio distorto o svantaggioso. Il punto infatti non è quello di essere nei nostri giudizi sempre razionali piuttosto che emotivi ma è tener presente il peso di ciascuna componente, così da essere più consapevoli dei fattori che entrano in gioco nei nostri atteggiamenti ed eventuali comportamenti.

Se dobbiamo valutare i pro e i contro di un’offerta telefonica, sarebbe preferibile valutare i prezzi di ciascuna compagnia o utilizzare altri criteri di differenziazione, piuttosto che l’immagine che la compagnia richiama. Potrebbe sembrare talmente ragionevole da essere scontato ma non è così, basta vedere le reclamè che circolano e soprattutto constatare il nostro comportamento di consumatori.

Gli atteggiamenti a base emotiva condividono alcune caratteristiche:

  • non derivano da un esame razionale della questione
  • non sono retti dalla logica
  • spesso sono legati ai valori delle persone sicché tentare di modificarli implica la minaccia dei valori stessi.

N.B Quindi, gli atteggiamenti, ossia i nostri giudizi permanenti sulle persone, fatti, o idee, sono costituiti da tre componenti (emotiva, cognitiva, comportamentale), quando la parte emotiva supera quella cognitiva, sono definiti atteggiamenti a base emotiva.

Pregiudizi

Ora che abbiamo chiarito cosa sono gli atteggiamenti e da quali parti sono formate, possiamo meglio comprendere cosa sono i pregiudizi. Nel nostro esempio precedente: “Andrea mi è antipatico”, mettiamo che Andrea ci sia antipatico non tanto per il suo essere Andrea, bensì soltanto perchè laziale. In questo caso, non si tratterebbe solo di un giudizio emotivo, ma di un pre-giudizio, in quanto l’atteggiamento nei confronti di Andrea dipenderebbe non tanto da una sensazione di antipatia legata alla sua conoscenza, ma unicamente dal suo appartenere ad un gruppo, dal suo essere laziale. Quindi, la caratteristica che mi fa considerare Andrea antipatico, deriva dal giudizio (negativo) nei confronti della categoria “laziali” e non verso Andrea in quanto Andrea.

Come abbiamo detto i pregiudizi possono essere sia positivi che negativi, ad esempio Andrea all’opposto potrebbe risultarmi simpatico se fosse romanista. Come è facile intuire, il pregiudizio è un elemento importante della formazione e dello spirito di gruppo.

N.B. Quindi, il pregiudizio è un atteggiamento a forte componente emotiva e non semplicemente a base emotiva, e consiste in un giudizio preformato sulle persone, idee o fatti. E’ resistente al cambiamento, in quanto si fonda su vissuti emotivi che non sono facilmente modificabili da informazioni cognitive.

E gli stereotipi?

Gli stereotipi sono generalizzazioni condotte su gruppi di persone, in cui caratteristiche identiche vengono attribuite a tutti i membri del gruppo, senza tenere conto delle diverse variazioni fra i membri (tutti i laziali sono meschini, i napoletani vogliono sempre fregarti, le donne al volante sono pericolose, la maggior parte dei neri rubano). Una volta formati, gli stereotipi sono resistenti al cambiamento, anche quando sopraggiungono nuove informazioni.

E’ importante sottolineare che come per gli atteggiamenti, la stereotipizzazione non conduce necessariamente a commettere abusi intenzionali.

Allport descrisse la stereotipizzazione come la “legge del minimo sforzo”.

Secondo questo autore, il mondo è troppo complesso perchè noi possiamo permetterci di conservare un atteggiamento differenziato rispetto ad ogni cosa; la conseguenza è che massimizziamo la nostra energia cognitiva al fine di sviluppare degli atteggiamenti accurati solo versi alcuni argomenti, mentre semplifichiamo le credenze nei confronti degli altri. Ad esempio, se un individuo rientrando in casa trovasse delle persone che rovistano tra le sue cose, non starebbe certo a chiedersi se quegli uomini sono lì per rubare o fare altro.

Lo stereotipo può essere un modo duttile ed economico per affrontare gli eventi complessi nella misura in cui si basa sull’esperienza ed è accurato. Se però ci nasconde le differenze individuali all’interno di una classe di persone, lo stereotipo diventa uno strumento scarsamente duttile e potenzialmente dannoso e offensivo.

Discriminazione

Quando poi le credenze stereotipate si combinano con una reazione emotiva negativa, si traducono in un comportamento scorretto o addirittura violento: in altre parole, la discriminazione, definita come un’azione ingiustificata negativa o dannosa nei confronti di un gruppo, semplicemente per l’appartenenza a quel determinato gruppo.

N.B. Quindi, nell’esempio di Andrea, il fatto che una persona consideri i laziali tutti uguali (stereotipo) assieme al giudizio negativo che nutre nei loro confronti in quanto laziali (pregiudizio) lo porterà a non parlare con Andrea (discriminazione).

Sappiamo bene fin dove si possono spingere i comportamenti discriminatori e non solo nel calcio.

Socrate, Aristotele e i sofisti

Cosa c’entrano con tutto questo?

Facciamo un passo indietro e vediamo cosa Socrate può aggiungere al nostro discorso. Dobbiamo immergerci in un tempo passato lontanissimo, all’incirca nel 470 A.C. anno in cui è fatta risalire la sua nascita.

Chi fosse Socrate lo sappiamo tutti, è stato uno dei più celebri filosofi dell’antichità, il quale riteneva che per arrivare alla verità l’individuo dovesse guardarsi dentro (“Conosci te stesso”) e partire da una considerazione quasi paradossale: “il vero saggio è colui che sa di non sapere”. Per Socrate infatti ciascuno di noi preso singolarmente non può assurgere alla verità perchè l’ignora, però nel confronto con l’altro, in un atteggiamento di autentica ricerca, vi può pervenire.

Per Socrate quindi il dialogo era il mezzo che consentiva di raggiungere la verità delle cose e sulle cose.

Ai tempi di Socrate però era un’altra la filosofia imperante. Il Sofismo.

Il Sofismo nasce come spostamento di interesse di ricerca, dalla natura sull’uomo.

Cosa significa?

Il Sofismo

Anche a quei tempi le domande che l’uomo si poneva riguardavano la sua origine: da dove veniamo? com’è fatto l’universo? perchè esistiamo?. Domande che inizialmente trovavano nei diversi miti greci le risposte a questi grandi enigmi (per chi volesse conoscerli meglio consiglio la visione di: “Pollon combina guai”).

L’originalità della filosofia greca consiste proprio nel riprendere questi grandi enigmi di sempre, avanzati dalla tradizione mitica, per risolverli con criteri razionali. Quindi la filosofia nasce come esigenze di dare risposte ai grandi interrogativi, non più soltanto attraverso il mito, bensì anche attraverso la ragione (il logos).

Così cominciano a sorgere diverse teorie sull’origine dell’universo e del mondo. Per qualcuno il tutto origina dall’acqua, per qualcun’altro dall’aria, per altri ancora dal fuoco. E proprio perchè per questi primi filosofi l’origine del tutto era da ricercare in un principio naturale (arkè) questa corrente viene definita: Naturalismo.

Il Sofismo nasce appunto come spostamento di interesse, da questa ricerca di un principio originale presente nella natura, sull’uomo. Secondo i Sofisti in pratica da un lato era impossibile stabilire quale principio (tra l’acqua o l’aria o il fuoco o la terra etc.) fosse l’unico vero, dall’altro più che dalla stabilità di un principio, la natura si contraddistinguerebbe per la sua contraddittorietà, e per questo, tanto valeva dedicarsi all’uomo. “L’uomo è il metro di tutte le cose” (Protagora), cioè è l’uomo che di volta in volta può stabilire la verità delle cose.

Questo spostamento di interesse dalla natura all’uomo non era però scevro da pericoli. Infatti per gli antichi, l’esistenza di una verità certa e incondizionata, come poteva essere un unico principio da cui far discendere il tutto, voleva dire anche avere una solida dottrina morale: il comportamento umano dovrebbe infatti adeguarsi a questa verità che, in quanto universale, garantirebbe il bene di tutti gli uomini. Se invece fossimo convinti che la verità è intrinsecamente contraddittoria, allora non esisterebbe più un criterio certo di comportamento e si correrebbe il rischio dell’anarchia sociale, del prevalere di comportamenti individualistici, in quanto non esisterebbero più dei valori su cui fondare la convivenza civile.

Come fare dunque? Dove trovare i nuovi valori?

E’ nell’ambito della discussione, l’attività umana per eccellenza in cui i diversi ragionamenti si scontrano, che si nasconde la possibilità di fondare dei criteri morali, quei criteri su cui fondare il vivere comune. Gli uomini discutendo, possono infatti convincersi delle rispettive ragioni. Ma questo consenso che tende al bene della comunità, lo si può raggiungere solo attraverso una particolare attività, la politica:

il filosofo vede nell’attività politica la possibilità di salvezza per l’intera umanità.

Il sofista, conscio dei pericoli che corre l’umanità per l’incertezza delle conoscenze e consapevole che la salvezza dell’umanità si realizza solo attraverso l’attività politica, intende educare la gioventù ateniese all’arte politica. Il sofista ha dunque una grande responsabilità sociale e proprio per questo si faceva pagare molto per le sua attività d’insegnante: deve infatti educare i futuri uomini politici.

L’educazione sofistica consisteva essenzialmente nell’arte della retorica, ossia nel ben parlare e nel ben sostenere le proprie opinioni presso i tribunali o, comunque, nei contesti pubblici. I giovani, dovevano essere abili nell’arte della persuasione così che una volta divenuti politici, avrebbero potuto spingere le masse sulla strada della convivenza pacifica, verso i comportamenti più utili della comunità. Questa posizione sofistica è di un filoso in particolare: Protagora. 
Per  Gorgia, invece, l’altro grande sofista, la persuasione è possibile solo con l’inganno. Gorgia ritiene che il meccanismo alla base del consenso, cioè la ragione per cui il nostro interlocutore sarà portato a condividere le osservazioni che gli proporremo, deriva da un lavoro che noi abbiamo realizzato sulla sua psiche, e che lo porta ad autoconvincersi della verità di quanto gli diciamo. In altre parole, l’interlocutore non crede al nostro discorso perché razionalmente convinto, ma vuole credere a quanto gli diciamo perché sedotto emotivamente dalle nostre parole.
Mentre secondo Protagora attraverso la persuasione chiunque avrebbe accolto l’utile sociale, per Gorgia, invece, la persuasione che permette di far cambiare all’altro la propria opinione, non era legata all’evidenza del bene comune, quanto piuttosto alla bravura nel persuadere ed eventualmente ingannare l’interlocutore. Anche per Gorgia comunque, la persuasione come arte dell’inganno era buona cosa solo se permetteva di far dirigere le masse verso il bene comune. Cioè quando la massa “ignorava” ciò che era meglio per tutti, perchè attratta da fini egoistici, allora l’inganno era necessario e utile (Per Gorgia il politico era come un genitore che racconta bugie a fin di bene).
 
Ma cosa succede se l’arte della persuasione è utilizzata a fini egoistici?
 
Se Protagora e Gorgia tendevano entrambi attraverso la retorica e al suo insegnamento al benessere della comunità, è nei loro discepoli che si assiste ad un cambiamento. La sofistica, piuttosto che svilupparsi progressivamente secondo la direzione etica difesa dai suoi fondatori, degenera. Infatti, d’ora in avanti la sofistica corrisponderà ad una tecnica agonistica che ha come presupposto quello di confutare l’avvversario e perseguire l’utile individualistico.
Ed è in questo frangente storico che si inserisce la figura di Socrate.
 

Socrate

Socrate condivide così con la sofistica il primato della parola e del linguaggio e la centralità del confronto dialettico fra parlanti.

Le differenze fra Socrate e i sofisti

Dov’è però la sostanziale differenza fra Socrate e i sofisti è nel modo di concepire il dialogo. Se per i secondi sofisti si designava come una tecnica agonistica, per Socrate invece, rappresentava una collaborazione reciproca di individui ciascuno dei quali ha interesse a cogliere la verità.

Socrate elabora allora delle tecniche con cui condurre il dialogo, in grado di indirizzarlo nella giusta direzione morale:

-l’ironia e la confutazione: attraverso l’ironia, Socrate finge di crede alla falsa sapienza del suo interlocutore, e lo adula, gli fa dei complimenti, ammira la sua sapienza. Poi però, attraverso la confutazione, ne dimostra l’ignoranza e ne distrugge tutte le sicurezze.

-la maieutica, ovvero una tecnica in grado di far scaturire, attraverso la discussione, la verità presente in ognuno di noi.

Per Socrate l’uomo è in possesso di un intelletto (facoltà razionale) che gli permette di avvertire, nei vari ragionamenti, una maggiore o minore vicinanza alla verità.Socrate si dimostra totalmente fiducioso nei valori logici del discorso, in grado di confutare le fumose asserzioni dei sofisti e di rivelare la natura specifica dell’intelletto umano.
Ad esempio, in un dibattito tra due scienziati tesi a dimostrare le loro teorie, Socrate, probabilmente, ci consiglierebbe di mettere tra parantesi nei discorsi dei due scienziati, quelle espressioni cariche di elementi persuasivi, tese a coinvolgerci emotivamente, a sedurci, piuttosto che a convincerci razionalmente.
Ricordate il discorso sugli atteggiamenti a base emotiva?
Se il nostro atteggiamento verso le affermazioni dello scienziato sarà a carattere esclusivamente emotivo, saremo inconsapevolmente portati a giudicare la forza persuasiva del discorso, non tanto sulla base di elementi razionali, plausibili ragioni, quanto piuttosto a partire dai vissuti emotivi suscitati (Mi piace come parla, mi ispira fiducia)
Stesso discorso della pubblicità!
Qualcuno potrebbe chiedersi come fare allora a seguire gli elementi razionali del discorso di uno scienziato se non si conosce l’argomento.
Socrate direbbe, guardate ai fatti!
E se non è possibile valutare i fatti in quanto persone incompetenti, allora bisogna valutare i fatti di coloro a cui abbiamo affidato e demandato il compito di giudicare.
Ad esempio, se il discorso lo riportiamo alla politica, è facile lasciarsi catturare dai vari slogan come: “ci vogliono le ruspe”, “facciamo il vaffa day” “rottamiamo”.
Inoltre è bene tenere presente ancora un ultimo aspetto.
 

Aristotele

 Anche Aristotele rappresenta uno dei più celebri filosofi della storia. L’ immensa eredità Aristotelica comprende anche un trattato sullo studio della retorica, che come abbiamo già detto, riguarda l’arte del saper parlare e del saper persuadere. Per Aristotele, nella retorica, tra i vari elementi, svolgono un ruolo fondamentale sia l’atteggiamento del retore (ethos), sia la disposizione d’animo di chi ascolta (pathos).
Il buon retore deve saper sfruttare le emozioni del pubblico a proprio vantaggio, riuscendo a suscitare quelle più adatte ai suoi scopi. Per questo motivo, Aristotele dedica larga parte del Libro a studiare le varie emozioni, dandone una definizione e analizzando le circostanze e le persone con cui si è solito provarle. Nell’ordine, il filosofo parla di: collera, mitezza, amicizia e inimicizia (amore e odio), timore, vergogna, gentilezza e sgarbatezza, pietà, sdegno, invidia, emulazione.
Non è possibile dilungarci su quest’opera (anche perchè mi occupo di psicologia) ciò che comunque ci importa sottolineare sono tre aspetti:
  • già nell’antichità si era ben consapevoli che ai fini della persuasione del proprio uditorio si dimostrava essenziale adattare gli argomenti ai sentimenti del pubblico,
  • le emozioni alterano le opinioni degli uomini, e sono in grado di modificare i giudizi,
  • è impossibile ascoltare, giudicare, scegliere, vivere, in maniera neutra, cioè privi di emozioni; il ragionamento è qualcosa che la persona deve imporsi, le emozioni nascono in maniera automatica e guidano i nostri giudizi.

Per cui, nell’esempio del politico, è inevitabile che a guidarci nel nostro giudizio sarà anche il nostro atteggiamento emotivo (Come parla, mi ispira fiducia). Inoltre, nell’esempio del dibattito, più siamo esperti e interessati all’argomento, più la nostra attenzione potrà sintonizzarsi sugli elementi razionali del confronto, meno siamo esperti della materia e quindi meno informazioni si hanno per giudicare, più l’attenzione sarà catturata da espressioni a carattere emotivo. Infine, nel caso in cui sia presente un pre-giudizio, si tenderà ad enfatizzare le informazioni confermanti e a minimizzare quelle contrarie al nostro giudizio aprioristico.

 

Ricapitolando

Gli atteggiamenti ossia i giudizi permanenti verso persone, fatti o idee, si basano sempre su una valutazione di tipo emotivo, cognitivo e comportamentale. Quando l’atteggiamento si basa su un maggior peso della componente emotiva, parliamo di atteggiamento a base emotiva, quando invece è la componente cognitiva ad essere predominante il nostro atteggiamento è di natura cognitiva. 

Parliamo invece di pregiudizi quando la componente emotiva prende il completo sopravvento su quella cognitiva, e il giudizio di un individuo su un’altra persona, oggetto, idea, è dato a priori e prescinde da ogni altro fattore (Andrea mi è antipatico perchè è laziale).

Gli stereotipi sono generalizzazioni in cui le caratteristiche identiche sono attribuite ai membri di un gruppo. Negli stereotipi si amplificano le somiglianze e si restringono le differenze, per cui sono tutti molto simili a partire dall’elemento gruppo. Mentre il pregiudizio rappresenta la forte componente emotiva dell’atteggiamento, lo stereotipo riguarda la componente cognitiva. Gli stereotipi non sono sempre negativi, ma lo diventano se applicati in maniera violenta o discriminante ai gruppi di persone, etnie. Ad esempio il razzismo è una forma di discriminazione che si basa su uno stereotipo e si accompagna ad un pregiudizio negativo. Una forma di razzismo moderno è quello cosiddetto strisciante, in cui il pregiudizio si manifesta in maniera velata ( Ad esempio dire di una persona di colore, che è abbronzata, è una forma di razzismo strisciante).

La discriminazione è mettere in atto un comportamento discriminatorio rispetto ad uno stereotipo e ad un pregiudizio. Non ti faccio guidare (discriminazione) perchè voi donne (stereotipo) al volante siete pericolose (pregiudizio).

Abbiamo visto che già Socrate ci metteva in guardia dal nostro modo di giudicare le cose, spesso troppo denso di contenuti emotivi e poco attento ai fatti. Nei vari confronti che ebbe, per evitare che il pubblico si facesse catturare dalle acrobazie retoriche dei sofisti, Socrate preferiva si utilizzasse “il dialogo breve” (ciascuno parlava per poco tempo) e non quello lungo, proprio per evitare che l’uditorio cominciasse a seguire di pancia e non più di testa le diverse argomentazioni. Come abbiamo detto, a Socrate non interessava vincere” il duello”, ma pervenire assieme al suo interlocutore alla verità delle cose. Per cui scelto un argomento, Socrate dialogava con il suo interlocutore ed ognuno esprimeva il proprio punto di vista, ma non col fine di confutare e basta l’avversario, quanto piuttosto di ragionarvi assieme in un clima di collaborazione.

Abbiamo anche visto assieme ad Aristotele che l’uomo non è una macchina ed è predisposto a seguire l’oratore sopratutto in un atteggiamento emotivo, per cui quanto  più la fonte (l’oratore, il politico, l’amico) ci risulta attendibile, maggiore sarà il nostro grado di attenzione per quelle espressioni a carattere emotivo, fino alla possibile formazione di un pregiudizio-positivo o negativo-il quale una volta costituitosi ci farà”ragionare” e seguire un dibattito, alla stregua di un ultras (che va bene per uno sport ma non per queste faccende).

A proposito di politica e di referendum, durante il processo che lo vedeva imputato, Socrate, che rischiava la condanna a morte (come poi avvenne), non solo rifiutò la difesa da parte del più bravo avvocato sofista di Atene, ma quando gli fu chiesto di tenere un discorso a suo favore che avrebbe potuto salvarlo dalla condanna, preferì tenere “un breve discorso” ironico sulla disonestà dei giudici, piuttosto che lasciarsi andare a lunghi e seduttivi sofismi…

ma questa, è un’altra storia…

a cura di Diego Chiariello

 

Bibliografia:

Fondamenti teorici di psicologia sociale

Sitografia

http://www.carosotti.it/scritti-sulla-filosofia/socrate-e-la-sofistica

Wikipedia: Aristotele, La retorica

Conformismo: come il gruppo influenza i nostri pensieri.

Uno dei più celebri e classici esperimenti di psicologia sociale su quello che da allora in poi è stato definito “conformismo”. 

Conformismo
René Magritte, Golconde, 1953

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Questo processo è stato definito da Solomon Asch conformismo e si riferisce al modo in cui il piccolo gruppo in cui siamo inseriti influenza il nostro personale modo di vedere la realtà. Così, siamo più preoccupati di adeguarci al giudizio degli altri, che di esprimere la nostra opinione.

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