Quali emozioni sono positive?

Quali emozioni sono positive?

Quando tempo fa mi è stata posta questa domanda, per un momento davvero non sapevo cosa rispondere, in quanto non ne afferravo il senso. E non perchè la domanda non avesse alcun significato in sè, quanto piuttosto perchè il suo senso mi sembrava davvero profondo:
a mio avviso, dietro la domanda su quali emozioni siano positive, si presuppone l’idea che le emozioni siano degli oggetti, qualcosa che possediamo ma da cui possiamo anche distaccarcene, qualcosa che ci accompagna in certi momenti della giornata e in altri no, qual-cosa…appunto come fossero cose.

In psicologia si tende a dividere le emozioni in positive e in negative, in base alla loro utilità.

Ma è davvero così? E’ giusto esprimerci in questo modo sulle “nostre” emozioni?

Tempo fa, un esperto di alimentazione, mi diceva che non è del tutto corretto parlare di “buona alimentazione” intesa come qualcosa che “rafforza” l’organismo e che al contrario si dovrebbe discutere soprattutto di alimentazione dannosa, alimentazione non salutare.
A suo dire infatti, se lo zucchero è nocivo per la salute (non me lo sto inventando) e quindi si può affermare che faccia “male”, è scorretto invece dire che la frutta faccia “bene”.
Certo non è dannosa ma nemmeno dona i super-poteri, semplicemente è adeguata al nostro organismo e in questo possiamo dire che è salutare.
Ciò che lui contesta quindi, è l’idea che si debba insistere con l’assunzione di una serie di alimenti quasi fossero portatori di un “miglioramento” della salute, di un maggior livello di energia, quando invece sarebbe sufficiente assumere quelli adeguati, per essere al massimo delle proprie forze.
Come a dire che ad una scimmia che si nutre di frutta, perchè rientra nella sua dieta, sarà sufficiente nutrirsi di quella per stare bene. E così, ad un cane sarà sufficiente nutrirsi di ciò che naturalmente è sano per sè.
Ma mentre la scimmia si adegua in maniera naturale (al suo ambiente), un cane che non vivesse allo stato brado, entrerebbe certamente in contatto con tutta una serie di alimenti non consoni al suo organismo. Se spostiamo la faccenda sull’uomo, capiamo che essa diventa la tesi su cosa sia effettivamente adeguato per l’essere umano e cosa no, come ad esempio la discussione che ruota intorno al consumo di carne o meno, quanta consumarne…
Di tutto questo discorso, ciò che comunque mi preme sottolineare è appunto questo concetto di “adeguatezza”, che in questo caso specifico significa che un alimento prima di fare bene a questo o a quello, deve anzitutto essere consono e non dannoso al nostro essere.

Ora vediamo come questo può essere utile per il nostro discorso sulle emozioni.
Per prima cosa però, chiariamo cosa intendiamo con emozioni:
le emozioni non sono semplicemente qualcosa che sta nel cervello o nella mente.
Le emozioni riguardano primariamente “il nostro rapporto con la vita”, con la nostra esistenza.
Quando diciamo che siamo felici piuttosto che tristi, non è che ci sentiamo così nel nostro cervello, ma siamo tristi o felici nei riguardi di qualcosa che ci sta accadendo, ci è accaduto o pensiamo possa accaderci.
Non è il nostro cervello che sta giù o la nostra mente, ma siamo noi.
Tant’è che più di parlare di emozioni come se fossero degli oggetti, dovremo parlare dell’emozionarsi, cioè delle “nostre” emozioni, in quanto l’emozionarsi è sempre riferito al vivente: “io” mi emoziono, “tu” ti emozioni, “egli” si emoziona, etc.

Cosa ci dice questo?

Innanzitutto come per il discorso sul cibo, il nostro emozionarci prima che positivo o negativo è anzitutto adeguato.
Se sono triste perchè ho rotto con la mia compagna con la quale vivevo una storia importante, quella tristezza non può certo definirsi un’emozione negativa. Infatti se fosse così, cioè se è così che la interpretassi, potrei credere che sia necessario cercare in tutti i modi di convertirla in un’emozione positiva. E ciò significherebbe non accettare il fatto che quella storia per me è ancora, adesso, qualcosa di importante, che fa parte della mia storia di vita, che racconta chi sono, del nostro tempo passato assieme, etc.. etc..etc..
Per cui, innanzitutto, i nostri stati d’animo ci informano su come ci sentiamo nel nostro vivere quotidiano. Come una bussola ci orientano continuamente e ci consentono di penetrare il velo della realtà e di scoprire il mondo: senza le nostre emozioni infatti, il mondo sarebbe un luogo senza spazio e senza tempo.
Ed è per questo che le nostre emozioni non sono semplicemente delle parole utili a nominare un oggetto, come la parola pietra con cui indichiamo l’oggetto pietra. Nè sono stati che prova il nostro cervello. Sono molto di più.
Sono il modo in cui “ci sentiamo”, “ci avvertiamo”, ci posizioniamo nel mondo:
se sono triste il mondo sarà in un certo modo: ad esempio sarà ostile o magari superficiale o forse senza scopo. Quando sono di fretta, il mondo è lento. Se sono felice per una promozione, il mondo è più leggero.
Non è che mi appare in un certo modo, ma lo diventa proprio. 
Se sono innamorato, tutto diventa più luminoso.
Ecco cosa sono le emozioni: un modo di sentirsi e di sentire il mondo e gli altri.
E quando dico sentirsi, intendo proprio come ci avvertiamo, nello spazio (quello che ci circonda), nel tempo (la nostra storia di vita) ed anche nella nostra carne, nel corpo.
Per cui ritornando alla nostra domanda su quali emozioni siano positive, rispondiamo che le nostre emozioni sono anzitutto adeguate, ossia si adeguano a noi, alla nostra vita, alla nostra storia, a chi siamo:
L’ansia che provo prima di un esame mi pone in uno stato di maggiore contatto con me stesso e quindi di concentrazione. Il mio timore di lasciarmi andare ad un sentimento mi indica l’importanza che esso assume per me. La gelosia che nutro per la mia compagna (gelosia, non possessività) manifesta anche l’amore nei suoi riguardi. La tristezza che provo per la perdita di una persona cara mi consente di abbracciarla nel ricordo.
Se pensiamo alle emozioni alla stregua di stati del cervello positivi o negativi, tanto vale bombardarci al mattino con un bel “pensa positivo” e il gioco è fatto: una sorta di dieta mentale. Ma servirebbe?
A voi la risposta!

Le emozioni non sono pensieri che possono essere convertiti a nostro piacimento. Una persona che soffre per la perdita di una persona cara non ha semplicemente “pensieri negativi” a riguardo, ma si confronta con un mondo che ha assunto nuove sembianze: più arduo, più cupo, meno ospitale…ognuno le “sente” come le sente, perchè non vi è nulla di più proprio delle proprie emozioni.

Eppure, sembrerebbe indubbio che ci siano emozioni che esprimono un sentirsi “bene”, e che quindi definiamo positive, ed altre meno.
Ora che abbiamo chiarito come sono davvero le emozioni, possiamo anche rispondere che certamente ci sono emozioni che aprono il mondo, lo rendono ospitale, luminoso, leggero, ed altre che lo chiudono, lo inaspriscono, 

ad esempio:
la carezza ricevuta dalla persona amata, non giunge a me come una mera sensazione sull’epidermide, ma come un essere accolto che mi consente di riposare.
La stessa carezza dalla persona amata, alla fine della storia, mi trapassa costole e animo.
Le emozioni sono sempre da contestualizzare.

Ora giustamente qualcuno potrebbe osservare:
“ma se le nostre emozioni sono sempre adeguate, allora anche uno stato di depressione come conseguenza della fine di una storia, o anche l’ansia, sono adeguate nel senso che vanno semplicemente accettate?
Il discorso sugli alimenti intorno al quale oggi assistiamo a frequenti dibattiti, su cosa faccia bene e cosa faccia male, ci indica che abbiamo smarrito quella naturalità che ad esempio una scimmia piuttosto che un delfino mantengono nelle loro diete. Con l’industrializzazione sempre maggiore del nostro cibo, per noi a differenza di un animale, sentire cosa ci faccia male, cosa sia adeguato e cosa no, non è semplice, anzi è davvero proibitivo. Oggi si ritiene che lo zucchero faccia malissimo eppure diremo che non vi è nulla “di più dolce”.
Allo stesso modo, per noi non è facile sentire le emozioni che ci appartengono in un determinato momento e spesso quello che sentiamo non è adeguato o inadeguato ma “rivelativo”.
Una mia paziente che diceva di sperimentare ansia per paura della proposta di matrimonio del compagno, scoprì quello che aveva sempre in qualche modo sentito e cioè che il suo timore non era legato all’amore per il compagno ma era piuttosto il timore di non essere una buona madre. L’ansia rivelava e copriva l’emozione autentica. 

Inoltre il nostro emozionarci non è qualcosa come il cibarsi.
Noi non siamo semplicemente Homo sapiens. Siamo creature che si interrogano sul proprio fare, sulla propria esistenza, su cosa sia giusto per il proprio figlio di dieci anni, se accettare o meno quella proposta di lavoro lontano dagli affetti, se sia giusto interrompere una relazione, quale futuro ci aspetta, e così via. Ansie, desideri, scelte, preoccupazioni, dubbi, e il tutto cercando si dare un filo alla nostra storia, di rendere il tutto lineare. E tutto questo lo facciamo tutto il giorno, probabilmente anche nel sonno e non sempre ci riesce di orientarci, di allineare desideri, scelte, bisogni e “doveri”.
Ad esempio, oggi la parola tristezza sembra essere fuori moda: oggi si è al massimo depressi, e non tristi.
Quella che sembra una semplice sostituzione tra sostantivi, racchiude un senso molto più profondo e articolato:
dire che sono depresso anziché triste, in qualche modo mi solleva dal mio stato d’animo, da ciò che sento. E anche in termini di comunicabilità verso l’Altro diventa più semplice: infatti quando dico che sono depresso, anche se l’altro me ne chiedesse il motivo, potrei rispondere di non saperlo, di sentirmi così e basta.
Affermare invece di essere tristi, significa fare i conti con il sentimento che si prova. Se dico di essere triste sono chiamato alla responsabilità di sentire il perchè mi sento in tal modo, o quantomeno di entrare più in contatto con il mio stato d’animo. E anche con l’Altro avrei più difficoltà ad asserire di non conoscerne il motivo.
La tristezza è più personale, la depressione (termine che chiaramente si utilizza in maniera impropria) è spersonalizzante (provate a dire: “sono depresso” e poi “sono triste”, sentite la differenza?)

Ci raccontiamo le cose diversamente, a volte ci depistiamo o semplicemente siamo presi da altro, siamo altrove, e in questo movimento esistenziale ci capita di smarrirci momentaneamente o più a lungo.
Difficile non farlo e non avere bisogno di tanto in tanto di fare chiarezza.
Basti pensare a tutto il tempo che trascorriamo assieme ad altri proprio per riconnetterci con noi stessi.
C’è da dire che oggi questo tempo assume sempre più il senso dell’intrattenimento che della condivisione, e questo conduce necessariamente alla ricerca di uno spazio diverso, di uno spazio proprio dove ritrovarsi.
Ed è così che ci incontriamo allo studio, dove quel senso che era andato momentaneamente smarrito, riconquista il suo posto, il suo significato…e così ci si riappropria serenamente di esso. 

Diego Chiariello

Bibliografia:
Heidegger, Essere e Tempo
Vincenzo Costa, I modi del sentire

Diego Chiariello

Psicologo clinico e Psicoterapeuta, da anni metto al servizio della mia comunità e di quella virtuale, l'esperienza e la passione per la pratica psicologica del benessere della persona.

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