Psicoterapia breve-relazionale

Il mio approccio terapeutico di tipo cognitivo mira in primo luogo alla risoluzione dei sintomi nel minor tempo possibile, essendo la situazione sintomatologica, fonte di sofferenza e di disagio (e questo anche quando non sono presenti sintomi eclatanti ma solo un vago senso indefinito di vuoto, solitudine, tristezza, rabbia, etc.).
Ciascuna sintomatologia infatti, pur nella sua diversità, produce essenzialmente una diminuzione del senso di stabilità personale (una sorta di auto-estraniamento) e una limitazione della propria autonomia.
Per cui, innanzitutto, bisogna rompere il meccanismo ripetitivo dei sintomi e ridare motilità alla propria esistenza.
Per far questo non è necessario, né auspicabile perdersi nei meandri dell’infanzia ma seguire lo sviluppo della propria storia personale, partendo dal periodo in cui il malessere è emerso in maniera eclatante, in cui si è fatto sentire con urgenza e insistenza. Solo dopo, si potrà approfondire la storia della propria vita, qualora lo si volesse e/o ce ne fosse necessità.

Detto questo, d’altronde, la psicoterapia non deve funzionare come una sorta di aggiustamento o revisione delle “parti guaste” della persona (quasi fosse il tagliando dell’auto), ma esprimersi come un appagante viaggio di riscoperta di sé, di rottura ed evasione dalle proprie prigioni.
Infatti, una buona psicoterapia, a mio avviso, non può intendersi come “riparazione” di ciò che non funziona o non funzionerebbe, ma tendere all’autentica Cura ( intesa come il doppio movimento del prendere “in cura” [da parte del terapeuta] e lasciar “prendersi cura”[da parte del paziente].
Nel far questo, quindi, essa deve necessariamente
offrire contemporanea-mente alla risoluzione e gestione dei sintomi, l’opportunità di riappropriarsi della propria esistenza, dando voce alla domanda che più ci attanaglia:

“Chi sono io?”

Apprendere a conoscere e ri-conoscere i propri modi di essere (schemi) nelle relazioni e nei contesti di vita, è essenziale affinché la terapia non si esaurisca in un’azione a breve raggio.

A pensarci bene, d’altronde, questo aspetto potrebbe anche intimorire, visto che ciascuno di noi, tende a intravedere dentro di sè più ombre che luci. Scoprire aspetti di sè e del proprio modo di essere per tanti equivale necessariamente al doversi calare negli anfratti di un mare inesplorato, popolato da forze sconosciute, dolorose, minacciose; chissà, magari anche peccaminose..

Nulla affatto!!

Chi noi siamo e cosa vogliamo è qualcosa che intimamente già conosciamo (meglio di chiunque altro) ma allo stesso tempo, questo nostro sapere, questa nostra conoscenza di sè, può in alcuni momenti e circostanze della vita, sfuggirci, esserci occlusa:
un po’come avvertire continuamente il senso di chi noi siamo, sentendo però di non riuscire ad afferrarlo, abbracciarlo, a farlo proprio.

Come è possibile questo paradosso?
A Come e cosa può essere ricondotto questo nostro conoscersi intimamente e contemporaneamente sentire di non riuscire ad afferrarlo, di sentirsi quasi estranei a sè in alcuni momenti della propria vita?

Indaffarati, assorbiti, distratti o affaticati dalle vite degli altri, spesso, è la nostra consapevolezza a smarrirsi e con essa la capacità di sentirsi autori della propria esistenza.
Circostanze, eventi, separazioni e vicissitudini possono rimodellare il flusso familiare della nostra quotidianità e far emergere una sintomatologia le cui ragioni e motivazioni restano ancorate a quegli eventi di cui si sono perse le tracce originarie e di cui non si ha memoria o cognizione.
Molti eventi, infatti, pur nella loro significatività, producono un senso di malessere che riemerge solo dopo, in un certo contesto.
E’ per questo che una persona, pur conoscendo il momento, a volte il giorno e la circostanza in cui il sintomo (o i sintomi) sono emersi per la prima volta non riesce a spiegarne il senso.
Per tanto, una corretta terapia deve permettere assieme alla riduzione, gestione e/o eliminazione della sintomatologia di fare anche chiarezza su quelle che sono le reali esigenze personali e relazionali, distinguendole da quelle che supponiamo ci appartengano. Far ciò consente di ritornare a sentirsi autori della propria storia, e non più attori o comparse in un’indifferente quotidianità.
Questo movimento verso il rinnovamento conduce alla riappropriazione di un “Potere (già) proprio”, intimo e pragmatico:
il poter fare.., il poter essere.., il poter agire.., il poter sentire.

In questa consapevolezza nuovamente ritrovata, c’è solo guadagno, ricompensa, opportunità.

Diego Chiariello